sabato 18 luglio 2015

Mohamed Hassan ci parla di Ahmadinejad.



Questa breve intervista allo studioso marxista Mohamed Hassan è apparsa sul blog Investig'Action del giornalista belga Michel Collon, l'8 ottobre del 2009.

Intervista: Grégoire Lalieue e Michel Collon "Gli avvenimenti mondiali non si presentano sempre come vorremmo"

La settimana scorsa, situando gli avvenimenti iraniani nel loro contesto storico e mettendo in evidenza gli interessi nascosti dai nostri grandi media, Mohamed Hassan vi ha fornito le chiavi per comprendere meglio la posta in gioco: la sovranità nazionale di questo paese nei confronti dell'imperialismo occidentale (1).
Sono stati molti i commenti positivi a questa intervista, che ha avuto riscontro in tutto il mondo.
Ciononostante, la Repubblica islamica e il suo presidente rimangono dei soggetti di discussione molto controversi e alcuni lettori hanno interrogato Mohamed Hassan: "Criticare Ahmadinejad significa schierarsi dal lato dell'imperialismo?"; "Per me, la sola posizione valida è quella di sostenere nella loro lotta i movimenti progressisti"; "Giustificate l'oppressione?"; "Citate Chomsky, ma lui stesso ha sostenuto il movimento di opposizione dopo le elezioni".
Ringraziamo i nostri lettori per il loro contributo ad un'informazione di qualità.
Ecco le risposte di Mohamed Hassan in questa intervista "a posteri".

Criticare Ahmadinejad significa schierarsi dal lato dell'imperialismo?
È un'interpretazione di ciò che ho detto. Le critiche sono benvenute ed autorizzate. Laddove non ci sono contraddizioni, non c'è vita. Ma bisogna saper distinguere tra le contraddizioni in seno al popolo che vanno risolte in maniera democratica, e quelle antagoniste che coinvolgono la rivoluzione. In quanto antimperialista, sostengo la difesa della sovranità nazionale dell'Iran nei confronti dell'imperialismo. Evidentemente, l'Iran è uno Stato borghese rivestito con un abito islamico o teocratico. Ma non è il mio dovere risolvere i problemi degli iraniani con l'attuale regime. Questo spetta al popolo iraniano.

Essendo lei un marxista, perché non ha sostenuto il movimento di protesta post-elettorale?
Sosterrò sempre il settore più progressista della società iraniana che difenderà la sovranità e l'indipendenza del popolo iraniano nei confronti dell'imperialismo. Il fatto è che il movimento guidato da Musavi non fa parte di questa tendenza. I cosiddetti riformisti intrattengono da lungo tempo buone relazioni con gli imperialisti.
Dopo l'11 settembre, per esempio, è stato l'Iran, all'epoca guidato da Khatami, che ha mobilitato tutte le forze diplomatiche per raggruppare i più importanti gruppi in Afghanistan con l'obbiettivo di formare un governo. Mentre gli USA incontravano grandi difficoltà nel riuscirci, l'Iran di Khatami gli ha dato una mano formando il governo di Karzai. Ma questo ha aperto un importante dibattito in Iran sul fatto che il paese si facesse accerchiare dall'imperialismo statunitense. Questo costituisce parte del contesto in cui l'Iran è passato dai "riformisti" ad Ahmadinejad. Ed è per questo che nelle ultime elezioni gli USA hanno sostenuto Musavi contro quest'ultimo.
Il loro obbiettivo era quello di ristabilire delle relazioni "pragmatiche" con l'Iran.

Quali sarebbero state le conseguenze se il movimento di opposizione avesse avuto successo?
Prima di tutto, uno Stato sottomesso a una potenza straniera, sarebbe stato restaurato in Iran e le ricchezze del paese sarebbero state saccheggiate, come era il caso sotto lo Scià. Secondariamente, non bisogna dimenticare il fatto che due paesi vicini, l'Iraq e l'Afghanistan, sono in guerra. Se le forze contro-rivoluzionarie prendono il potere in Iran, gli USA avranno un vantaggio considerevole per controllare l'Asia, dominando così sia l'Iraq che l'Afghanistan. Saranno pure in grado di indebolire i loro avversari strategici - Russia, India e Cina - controllando le più importanti risorse della regione.
Inoltre, la resistenza palestinese verrà isolata e il governo siriano probabilmente rovesciato.

Ahmadinejad continua a non essere visto come un progressista. Non soprendente il fatto che lei lo sostenga?
Non sostengo Ahmadinejad in tutto quello che fa. Naturalmente, preferiamo che l'indipendenza iraniana sia sostenuta dal movimento più progressista possibile. Ma gli avvenimenti che accadono nel mondo non ci si presentano sempre come vorremmo. È dunque importante guardare, dietro al colore dell'imballaggio, quali sono le reali contraddizioni e quali i differenti aspetti del problema. Da un lato Ahmadinejad difende l'Iran dall'imperialismo: è quello che mi interessa ed è per questo che lo sostengo. Dall'altro, Ahmadinejad è un nazionalista alla testa del suo paese, ma non ho la pretesa di risolvere i problemi in seno alla società iraniana: questo spetta al popolo iraniano. 



(1) http://www.michelcollon.info/Que-doit-faire-Ahmadinejad-pour.html?lang=fr

Qualche lettura raccomandata da Mohamed Hassan:

- Simpson, Christopher, The Splendid Blond Beast : Money, Law, and Genocide in the Twentieth Century. New York, Grove Press, 1993. 399 pages. Reprinted in 1996 by Common Courage Press
- Kenneth M. Pollack, A path out of the Desert, A Grand Strategy for America in the Middle East, Random House, 2008
- Mahmood Madmani, Good Muslim, Bad Muslim, Three Leaves, 2005
- Gilad Atzmon, Qui est juif? (articolo online http://www.palestine-solidarite.org/analyses.Gilad_Atzmon.061009.htm )


Traduzione dal francese di Amedeo Sartorio, luglio 2015, originale: http://www.michelcollon.info/Ahmadinejad-Mohamed-Hassan-repond.html?lang=fr

lunedì 22 giugno 2015

Intervista a Mohamed Hassan: "Giù le mani dall'Eritrea!"



In questi tempi di forti flussi migratori sud-nord, si è tornati a parlare di Eritrea, definendola spesso come una sorta di lager a cielo aperto.
Essendo un estimatore della lotta di liberazione nazionale portata avanti con ardore dal popolo eritreo, e della conseguente rivoluzione di ispirazione socialista, vi presento un'interessante intervista che può aiutare a comprendere uno Stato ormai dipinto come l'inferno sulla terra, che viene attaccato proprio perché rappresenta, pur nelle sue contraddizioni, e in perenne stato di semi-guerra, un ottimo modello di sviluppo indipendente per tutti i paesi poveri d'Africa che si vogliono slacciare dalle briglie del neocolonialismo di Banca Mondiale e FMI.


Traduzione mia dell'intervista di Grégoire Lalieu a
Mohamed Hassan apparsa sul sito del giornalista belga Michel Collon.

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Il dramma umanitario dei migranti nel Mediterraneo ha portato al centro dell'attenzione mediatica un paese del Corno d'Africa relativamente sconosciuto. L'Eritrea sarebbe infatti il più grande "fornitore" di rifugiati. Le testimonianze di questi ultimi danno l'immagine di uno Stato terrificante dove regnano dittatura, tortura e carestia. Sono però pochi i giornalisti che si sono recati in Eritrea. Contro corrente alle poche informazioni che ci giungono su questo misterioso paese, Mohamed Hassan denuncia una campagna di demonizzazione. Specialista del Corno d'Africa, si interroga su ciò che viene detto, ma soprattutto su ciò che non viene detto sull'Eritrea, e si uscisce ai rappresentanti delle comunità eritree d'Europa riunite questo 22 giugno a Ginevra per lanciare un messaggio chiaro all'Occidente: "Giù le mani dall'Eritrea!". (#handsoffEritrea)


Dall'ultimo naufragio di migranti nel Mediterraneo, l'Eritrea è al centro dell'attenzione.
Lei che conosce bene questo paese e che lo visita di frequente, cosa pensa di ciò che viene scritto sull'Eritrea dalla stampa occidentale?


Bisogna prima di tutto interrogarsi sulla maniera con cui i media ci informano sul'Eritrea. Le testimonianze dei rifugiati sono numerose. Ma avete sentito quelli della diaspora che sostiene il governo eritreo? Avete potuto leggere le risposte del presidente, di un ministro o di un ambasciatore agli attacchi che sono diretti all'Eritrea? Immaginate di dover informare su Cuba, cosa varrebbe la vostra analisi se prendeste solamente le testimonianze dei cubani esiliati in Florida? Quando la stampa si comporta in modo unilaterale, senza dare la parola alle diverse parti, si tratta più di propaganza che di informazione.

Le testimonianze portate secondo lei non sono affidabili?

Evidentemente quelli che fuggono dall'Eritrea hanno il loro punto di vista. Ma noto delle lacune sistematiche nel ritratto che viene fatto di questo paese. Per esempio, si insiste sul fatto che nessuna elezione è stata organizzata dall'indipendenza del paese nel 1993. Ricordano pure le misure prese dal governo nel 2001, la chiusura dei media privati e l'arresto di oppositori politici. Ma non si dice nulla sul contesto. Potremmo dunque dedurre semplicemente che il presidente Isaias Afwerki è stato improvvisamente colpito da un eccesso di autoritarismo. Si dipinge così un ritratto di un tiranno lunatico. Lo si accusa addirittura di essere alcolizzato e di avere un capitale nascosto in Svizzera. Senza portare la benché minima prova, ovviamente. La realtà è diversa. Isaias Afwerki è un uomo lucido che non ha nessun problema con l'alcol. Quando si conosce un minimo l'Eritrea, è aberrante doversi sorbire tali voci. Il presidente è modesto. Se andate ad Asmara, potrete incrociarlo che passeggia in strada in ciabatte e senza guardie del corpo. Siamo distanti dall'immagine del tiranno megalomane che sfrutta il suo popolo per la ricchezza personale.

Lei ha parlato delle misure del 2001. Cosa è successo, che viene nascosto dai media?

Nel 2001, l'Eritrea usciva da una terribile guerra contro il suo vicino etiope. L'Eritrea era una vecchia colonia etiope, e ha portato avanti la più lunga lotta del continente africano per ottenere la sua indipendenza. Ma l'Etiopia non l'ha mai digerita e un conflitto è scoppiato trai due paesi nel 1998. Durante la guerra, certi media privati d'Eritrea, corrotti dall'Etiopia, hanno invitato a rovesciare il governo eritreo. Pure dei politici e degli ufficiali del'esercito hanno collaborato con il nemico, sperando di approfittare del conflitto per prendere il potere ad Asmara. Questa guerra ha così fatto cadere molte maschere in Eritrea, tanto più che nessuno credeva nella resistenza del governo eritreo. Ma alla fine l'invasione etiope è stata respinta, e il governo ha in seguito preso delle misure di sicurezza chiudendo quei media e imprigionando quelle persone che avevano collaborato con il nemico. Ricordiamoci che poco prima della guerra erano state convocate le elezioni. Una commissione elettorale era stata creata e stava preparando lo scrutinio proprio prima dell'invasione.

Sul piano democratico, la situazione non è dunque delle più rosee, certo. Ma quando si abborda questo problema, bisogna avere una visione globale che tenga conto del contesto. Quello che i media occidentali non fanno.

La guerra con l'Etiopia è terminata da quindici anni. Ma non ci sono ancora state elezioni. E l'informazione resta in mano allo Stato. Perché?

Prima di tutto, le tensioni tra i due paesi restano palpabili. Il governo etiope lancia sempre delle provocazioni belliche contro il suo vicino. È dunque alla luce di questo contesto teso che bisogna analizzare la questione delle limitazioni in Eritrea. Contrariamente a quello che si dice nella stampa, i giovani non sono arruolati con la forza e a vita nel servizio militare. Prima della guerra la durata del servizio era di diciotto mesi. È stata allungata durante la guerra, e poi riportata a diciotto dopo la fine del conflitto. L'Eritrea conta sei milioni di abitanti, circa la metà di quelli del Belgio, l'Etiopia conta invece novanta milioni di abitanti. Capirete facilmente che l'Eritrea non ha i mezzi né umani né materiali per costruire un grande esercito capace di tenere testa al suo vicino. Il governo non ha neppure la volontà di spenderci molto denaro. Per queste ragioni esiste il servizio nazionale che permette di fare appello ad un esercito di riserva in caso di conflitto.
Inoltre, non dimentichiamo che l'Eritrea si trova in una delle regioni più caotiche dell'Africa.

Su questa questione d'altronde, il governo ha una posizione molto interessante di cui non sentiamo mai parlare. Pensa che l'ingerenza delle potenze neocoloniali è la principale responsabile dei conflitti che attraversano il Corno d'Africa. E per lenire le tensioni, l'Eritrea propone di riunire tutti gli attori regionali attorno a un tavolo per dialogare pacificamente, senza l'interferenza di potenze straniere. Infine, il governo è molto franco sul tema: le elezioni e i media privati non sono la sua priorità, senza offesa alla visione etnocentrica occidentale che glorifica la scheda di voto a discapito di altre questioni più cruciali. Il governo eritreo si batte prima di tutto sul terreno dello sviluppo. Questo i media non lo dicono, e perdono così, secondo me, il punto essenziale. In effetti, dopo la sua indipendenza, l'Eritrea ha rifiutato gli aiuti di Banca Mondiale e FMI, così come i programmi che ne conseguono. "Gli eritrei sanno meglio di queste istituzioni internazionali quello che è meglio per l'Eritrea", aveva detto il presidente Afewerki.
Così facendo l'Eritrea è diventato il primo paese d'Africa a raggiungere gli obbiettivi del millenio.
Questo programma era stato messo a punto dalle Nazioni Unite nel 2000 per sradicare la fame, sviluppare la sanità e l'educazione, migliorare le condizioni di vita delle donne e dei fanciulli, ecc.
Si basava essenzialmente sull'aiuto dell'Occidente, ma è un po' caduto nel dimenticatoio con la crisi economica.
Quindi, ciò che ci mostra l'Eritrea, ed è eccezionae, è che un paese africano non ha bisogno dell'elemosina dell'Occidente per svilupparsi. Bisogna invece mettere fine al saccheggio organizzato da banca Mondiale e FMI e tutte quelle istituzioni che vogliono imporre il neoliberismo ai paesi del Sud.



A inizio giugno, l'Alto Commissariato per i Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto travolgente sull'Eritrea. Secondo questo rapporto, il governo eritreo sarebbe "responsabile di violazioni flagranti, sistematiche e generalizzate dei diritti dell'uomo". Il rapporto aggiunge che "queste violazioni potrebbero costituire dei crimini contro l'umanità".

Ancora una volta, il rapporto si basa unicamente su delle testimonianze di rifugiati, dato che il governo eritreo ha rifiutato l'accesso alla commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite. Un rapporto costituito a partire da sole testimonianze di richiedenti l'asilo non può essere affidabile. In effetti, per ottenere lo statuto di rifugiato politico, alcuni non esitano a mentire sulla propria nazionalità e a raccontare quello che il paese di accoglienza vuole sentire. Trai rifugiati eritrei, abbiamo così degli etiopi che si fanno passare per quello che non sono pur di ottenere il diritto all'asilo. Nel 2013, due parlamentari francesi hanno consegnato al ministro dell'Interno un rapporto che condanna la pericolosa similitudine tra chi aspira allo statuto di rifugiato politico, e i migranti economici.
Per questi ultimi, delle reti mafiose che gestiscono i canali di passaggio verso l'Europa, propongono false testimonianze e dossier di persecuzione preconfezionati. Dopodiché, se certi ispettori dell'ONU fanno coraggiosamente il loro lavoro anche dovessere deludere le grandi potenze, altri non esitano a sacrificare sull'altare degli interessi politici, i compiti che dovrebbero svolgere in maniera oggettiva.
Nel 2011 ad esempio, lo stesso Alto Commissariato per i Diritti dell'Uomo facilitava l'intervento della NATO denunciando la repressione in Libia a colpi di carri armati, elicotteri e aerei contro dei manifestanti pacifici. Oggi sappiamo che tali accuso erano completamente false. Ma miravano a fare pressione sul governo libico. La stessa cosa accade con 'Eritrea.

Chi vuole fare pressione all'Eritrea e perché?

Sul piano economico e politico, l'Eritrea è un sasso nelle scarpe del neocolonialismo occidentale.
L'Africa è un Eldorado per le multinazionali. È il continente più ricco...con le persone più povere! Ed ecco che un paese africano dichiara e prova con la pratica che l'Africa non può svilupparsi che slacciandosi dalla tutela occidentale. Il presidente Afwerki è molto chiaro sulla questione: "Cinquant'anni e dei miliardi di dollari d'aiuti internazionali postcoloniali hanno fatto molto poco per far uscire l'Africa dalla povertà cronica. Le società africane sono diventate delle società di zoppi". E aggiunge che l'Eritrea deve potersi tenere eretta sui suoi due piedi. Allora come tutti i leader africani che hanno tenuto questo genere di discorso contro il colonialismo, Isaias Afwerki è diventato un uomo da abbattere agli occhi dell'Occidente.

Il governo eritreo non facilita la campagna di demonizzazione rifiutandosi di accogliere la commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite?

Bisogna capire quella che può apparire come un'attitudine chiusa. Prima di tutto, l'Eritrea si porta dietro un pesante contenzioso con le Nazioni Unite. Il paese è stato colonizzato dagli italiani. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta di Mussolini, l'Eritrea avrebbe dovuto ricevere l'indipendenza, ma è stata annessa all'Etiopia contro la sua volontà. Il vecchio Segretario di Stato USA, John Foster Dulles, dichiarò all'epoca: "Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Ciononostante, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso, e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo paese venga attaccato al nostro alleato, l'Etiopia." Questa decisione ha avuto delle conseguenze catastrofiche per gli eritrei. Sono stati letteralmente colonizzati dall'Etiopia e hanno dovuto portare avanti una lotta terribile durata trent'anni, per ottenere la propria indipendenza.
In più, durante questa lotta, gli eritrei hanno affrontato un governo etiope sostenuto a turno dagli USA e dall'URSS. Durante la Guerra Fredda, si faceva generalmente parte di un blocco o dell'altro. Ma non vi ritrovavate contro entrambe le due superpotenze dell'epoca! Questo lascia evidentemente dei segni.
Ecco perché l'Eritrea oggi reputa di non avere nessuna responsabilità nei confronti dell'auto proclamata "comunità internazionale". Difende ferocemente la sua sovranità per portare a buon fine la sua Rivoluzione. Non è tutto perfetto, evidentemente, e gli eritrei sono i primi a riconoscerlo. Malgrado i risultati eccezionali per un paese del genere in fatto di sanità, educazione, o sicurezza alimentare, tutti vi diranno con molta umiltà che c'è ancora molto da fare. Ma affinché l'Eritrea continui a progredire, la miglior cosa da fare è non voler decidere al posto degli eritrei. È per questo che mi aggiungo alla piattaforma per interpellare le nazioni unite: "Giù le mani dall'Eritrea!". 

 

22.06.2015

Traduzione dal francese di Amedeo Sartorio, fonte originale:

http://michelcollon.info/Mohamed-Hassan-Pas-touche-a-l.html?lang=fr



mercoledì 8 aprile 2015

Ahmadinejad non è socialista, ma... Leggere i fatti dell'Iran capendo la posta in gioco. (2009)






Vi ripropongo un mio vecchio articolo (estate 2009), che considero tutt'ora attuale, e, sotto certi versi,  premonitore. Annuncio pure il ritrono politico di Ahmadinejad, che mi auguro possa riprendere il controllo del paese alla prossima tornata elettorale.
Buona lettura.













Da parecchi anni in tutto l’occidente è in atto una campagna di demonizzazione della Repubblica Islamica d'Iran. Questa campagna è cresciuta in modo esponenziale da quando il governo Bush ha etichettato il paese come parte fondante dell'«asse del male», e ha raggiunto il massimo di intensità dopo le recenti elezioni che hanno visto riconfermato Mahmoud Ahmadinejad alla testa del paese. Per settimane l’Iran ha sempre occupato le prime pagine di tutti i quotidiani che, sia a destra che a sinistra, hanno parlato di «brogli elettorali», di «governo illegittimo e dittatoriale», di «repressione estrema» nei confronti di manifestanti «pacifici e democratici», e hanno elogiato i cosiddetti riformisti poiché paladini di libertà, giustizia e moderazione. Ma è davvero questa la realtà iraniana? Come comunisti non si può non diffidare delle informazioni omologate dei media, ed è dunque necessario analizzare più a fondo ciò che sta succedendo in Iran.












Ahmadinejad, Moussavi e i brogli

L’Iran post-rivoluzionario non è uno stato socialista, è più simile a una teocrazia sciita nella quale l’omosessualità è reato e dove vengono applicate punizioni corporali. Sarebbe però falso e semplicistico ridurre il paese soltanto a questo e a qualche blogger finanziato dagli USA perseguito dalla legge. Le scorse elezioni hanno visto contrapposti l’ultraconservatore Ahmadinejad e il moderato Moussavi. Cosa si intende però con «ultraconservatore»? Non lo si usava anche per Reagan? E se questo ultraconservatore fosse più progressista in fatto di diritti sociali di Zapatero, Bertoli e Franceschini messi insieme? L’accusa di brogli è scaturita dal fatto che la vittoria è stata troppo schiacciante, e che a Teheran le manifestazioni a favore di Moussavi sono state parecchio frequentate. Alcuni brogli ci sono stati quasi sicuramente, basti pensare alla velocità con cui è stata proclamata la vittoria di Ahmadinejad o al voto a suo favore di certe regioni a lui tradizionalmente ostili. L'accusa è stata però sempre e fin dai primissimi giorni della contesa basata sulle opinioni di esperti (?) stranieri e su documenti messi in circolazione ad arte. Ad ammetterlo è anche Robert Fisk su "The Independent" del 18 giugno scorso. Che la maggioranza del paese abbia in realtà votato Moussavi è del tutto improbabile. Bisogna tenere conto dei seguenti fattori: 1) Teheran non è rappresentativa di tutto l’Iran e il resto del paese, dove raramente si addentrano i giornalisti occidentali, è più tradizionale e più povero. 2) I sondaggi lasciano il tempo che trovano: alcuni erano opera di «Think Thank» con sede a Washington, altri dell’organizzazione di Mehdi Hashemi, figlio del ricchissimo Rasfajani. 3) L’alta afflueza alle urne non è un segnale di facile vittoria dei moderati: infatti anche quattro anni fa le urne erano rimaste aperte qualche ora in più a causa delle lunghissime file.

L'Iran di Ahmadinejad

È dunque così strano che i due terzi di un paese a maggioranza contadina abbiano votato un uomo che nei suoi ultimi quattro anni di mandato ha garantito l’assistenza sanitaria gratuita a 22 milioni di iraniani, aumentato lo stipendio dei docenti del 30% e le pensioni del 50%, ha dato dei bonus in denaro ai contadini colpiti dalla siccità, e si è impegnato a pagare le bollette delle famiglie senza reddito? E stiamo proprio parlando della «medievale repubblica teocratica» dove si può abortire fino al 45esimo giorno, dove esiste il divorzio, l’operazione per cambiare sesso è pagata dalla mutua, la prostituzione è legale e regolamentata, il numero dei laureati è in percentuale superiore a quelli italiani, le donne votano e, benché portino il velo (chiodo fisso dell’occidente), possono accedere a tutti i mestieri. Le proteste post-elettorali ci sono però state, e anche parecchio intense, come pure la repressione, fatto certamente da condannare. Bisogna però chiedersi se esiste un solo paese sulla terra che non avrebbe represso in questo modo chi cercava, con molotov e spranghe, di attaccare le forze dell’ordine per tentare di rovesciare il potere subito dopo elezioni tutto sommato democratiche e partecipate. Dinnanzi a un tale rischio, molto astratto qui in Svizzera, i nostri antisommossa non sarebbero più dolci degli ormai famosi motociclisti neri iraniani.

Una contro-rivoluzione colorata

Quello a cui abbiamo assistino in Iran è un palese tentativo di colpo di stato sostenuto, direttamente e indirettamente, volontariamente o involontariamente, da tutto l’occidente, e cammuffato da rivoluzione colorata. È questa la «nuova» strategia di Obama? Sembrerebbe che stia tenendo fede alla promessa: basta con le guerre alla Bush con piogge di bombe e invasioni, ma nuova intensificazione di interventi «nascosti» per destabilizzare i paesi avversari. Il copione che ci è stato proposto in Iran è quasi identico a quello di altri paesi, a partire dall’Ucraina e dalla sua rivoluzione arancione anti-russa. La tecnica dei colpi di stato filo-imperialisti, cammuffati da rivoluzioni colorate, segue ormai uno schema ben consolidato: 1) subito dopo le elezioni, un infinità di media sostengono la tesi secondo la quale sia stata l’opposizione a vincere e spingono la popolazione scontenta a scendere in piazza; 2) vengono lanciate parole d’ordine già ben premeditate e si da un’immagine pacifica, democratica e vittimistica dell’opposizione lanciando una vera guerra psicologica di disinformazione; 3) si chiede l’annullamento delle elezioni, si pretende che siano supervisionate da Bruxelles e Washington (UE+USA), e si continua ad imbottire di soldi l’opposizione (a cui già non mancano) così che possa lavorare in questa direzione. In Iran è però venuto a mancare il sostegno popolare, rendendo quasi vano il tentativo di colpo di stato. La rivoluzione verde è infatti stata sostenuta dalla borghesia cittadina, da studenti universitari troppo giovani per apprezzare i miglioramenti della rivoluzione islamica, e da una fetta delle donne, sempre di città, abbagliate dal consumismo occidentale. Non è dunque una lettura sbagliata quella secondo la quale Ahmadinejad rappresenta, sebbene non sia socialista, gli interessi del popolo, mentre Moussavi quelli della borghesia. In Iran è in atto una lotta di classe e i comunisti devono per forza schierarsi con chi più rappresenta il progresso e la giustizia sociale, e Chávez ha già capito da parecchio tempo a quale classe sociale Ahmadinejad sia più vicino. Persino il "Financial Times" del 15 luglio scorso lo ha capito sostenendo che "cambiamento, per i poveri, significa cibo e lavoro, non vestiti casual... la politica in Iran ha a che fare più con la lotta di classe che con la religione".





Quale «cambiamento»?

Si tratta di una lotta di classe che non avrà come esito il socialismo, perlomeno non nel breve periodo. Qui si tratta di capire come, in termine squisitamente marxisti, la «contraddizione principale» nel Medioriente è oggi la contesa fra imperialismo da un alto e sovranità nazionale dall'altro. La realtà geopolitica ed economica dell'Iran la rendono strategica per il controllo dell'area, ma la politica dell'attuale governo iraniano non favorisce l'egemonia di USA e Israele, non solo perché anti-imperialista ma perché aumenta i diritti sociali limitando le possibilità dell'economia globale di sfruttare il mercato nazionale. Chi oggi dice – e lo dicono purtroppo anche tanti a sinistra (ad esempio il partito iraniano Tudeh ex-filo-sovietico ma ormai del tutto estraneo alla situazione concreta dell'Iran – che le manifestazioni di piazza promuoveranno i diritti civili non si rende conto che i diritti civili saranno solo una chimera se non saranno salvaguardati i diritti sociali oggi esistenti con Ahmadinejad. Entrambe le fazioni politiche che si scontrano oggi in Iran sono integrate nel contesto della rivoluzione islamica: credere che Moussavi (già primo ministro ai tempi di Khomeini) difenda l'ipotesi di introdurre nel paese una democrazia liberale e laicizzare la società è pura fantasia! Moussavi è colui che ha criticato l'attuale governo per il suo programma sociale, ha auspicato la privatizzazione dell'industria petrolifera e una linea di maggiore apertura nei confronti di Washington. Il gruppo che sta dietro al leader dell'opposizione controlla infatti quasi tutto il commercio con l'occidente. Chiaramente la linea nazionalista e anti-imperialista di Ahmadinejad (che preferisce guardare a Russia, Cina e America latina) non favorisce gli interessi della borghesia compradora iraniana.

Come uscire dalla crisi iraniana?

Sono tre le ipotesi possibili: la prima è che l'opposizione perda e che il regime iraniano salvi lo status quo; la seconda è che l'opposizione vinca e che l'Iran si trasformi in un partner dell'imperialismo occidentale sulle basi di un corso economico neo-liberale; e la terza è che dal consolidarsi delle posizioni anti-imperialiste dell'Iran di Ahmadinejad si passi man mano a conquiste democratiche e sociali sempre maggiori, e questo magari con l'aiuto di paesi come il Venezuela e di organizzazioni come la Federazione Sindacale Mondiale.





Amedeo Sartorio

martedì 16 dicembre 2014

L'Eritrea: la più sanguinaria dittatura africana, o un paeseindipendente e progressista? Parte prima, i 5 punti fondamentali delsistema eritreo.




Dell'Eritrea non se ne parla quasi mai, e quando ai nostri media torna in mente, è per ricordarci che si tratta di una sanguinaria dittatura, forse la peggiore al mondo, una "Corea del Nord Africana". 
Ho deciso quindi di studiare, per quanto possibile, il paese, e presentarvi una serie di brevi articoli sul mio blog, dato che le informazioni "alternative" sull'Eritrea in lingua italiana sono quasi pari a zero.





Prima invasa e colonizzata dall'Italia, poi annessa con la forza all'Etiopia semi-feudale di Selassie, poi rimasta sotto il controllo della giunta militare del Derk, prima sostenuta dai sovietici e poi passata dalla parte degli USA, l'Eritrea è riuscita a liberarsi dopo decenni di lotta armata e diventare infine un paese indipendente nel 1993.

Quando dopo la seconda guerra mondiale l'Eritrea venne annessa all'Etiopia, la convivenza risultò subito molto difficile, nell'Eritrea la borghesia italiana aveva investito parecchio, dunque era relativamente sviluppata, con industrie e un'agricoltura macchinizzata, mentre l'Etiopia era ancora un paese prettamente feudale, era dunque difficilmente accettabile per il proletariato e i contadini eritrei più politicizzati dei vicini etiopi, il sistema monarchico di Selassie.

Soli contro tutti portarono quindi a termine la loro rivoluzione di carattere prettamente socialista, e iniziarono a costruire un Paese che si basasse su 5 punti fondamentali.






Sicurezza alimentare. 
Perché se un popolo muore di fame non può certo diventare indipendente. 
Si è sviluppata così un'agricoltura irrigata con acqua piovana, aiutata da un complesso sistema di canali, e meccanizzata. I contadini possono utilizzare i trattori messi a disposizione dal governo, e la riforma agraria ha ridato a ogni contadino un appezzamento di terra sventando così la piaga del latifondismo. Sapendo che quello dell'agricoltore è un lavoro duro e con orari difficili, il governo ha aumentato gli aiuti ai contadini per ridurre il loro orario di lavoro e permetter loro di emanciparsi culturalmente nel tempo libero. La vita in Eritrea è certamente dura e modesta, ma nessun eritreo è uno scheletro vivente dalla pancia gonfia come nel resto del Corno d'Africa.

Accesso gratuito all'acqua potabile per tutti i cittadini. 
In Africa si rischia di morire di sete, come si rischia di morire a causa di malattie, gravi o meno, causate dal consumo di acqua sporca e stagnante o inquinata. Il governo eritreo, oltre ad esser riuscito a garantire il diritto al cibo e all'acqua, ha debellato parecchie malattie ancora diffuse nei paesi vicini, portando l'acqua potabile in ogni villaggio del Paese.

Sanità capillare e gratuita. 
Pur non avendo gli ospedali a cui siamo abituati noi svizzeri, l'Eritrea ha investito somme ingenti per creare un sistema sanitario capillare e funzionante formato da cliniche disseminate su tutto il territorio sempre in contatto con i molti ospedali. L'accesso alla sanità è poi assolutamente gratuito, mentre appena al di là del confine, in Etiopia, o sei uno dei pochissimi ricchi, o speri in qualche improbabile aiuto della Croce Rossa Internazionale, o sei morto. 

Educazione. 
Molti dirigenti africani hanno perso di vista il fatto che le sole risorse materiali non bastano a costruire un paese, e, anzi, più ne possiedi è più finirai sotto attacco dell'imperialismo. L'intero Corno d'Africa è ricco di materie prime sfruttabili e vendibili internazionalmente, e l'Eritrea sa che deve creare dei cittadini ben istruiti che non si lascino ingannare, e che sfruttino nel modo più corretto le risorse della collettività. L'Eritrea punta dunque molto sull'educazione per creare una propria classe dirigente, intellettuale, intraprendente che possa avanzar senza ingerenze esterne, e per fare in modo che ogni cittadino, dal più modesto contadino o operaio, sia ben formato per partecipare alla "cosa pubblica".

I rientri degli eritrei all'estero. 
Sono molti gli eritrei all'estero, partiti a causa della situazione di guerra perenne in cui vive il paese (moltissimi sono partiti parecchio tempo prima della rivoluzione, ma da noi li spacciano tutti come "vittime della dittatura Eritrea"), e il governo mette una piccola tassa sui guadagni percepiti all'estero, che va ad influire sulle casse dello stato, che a sua volta reinveste in opere sociale nel paese. La comunità estera, per la maggioranza molto legata al paese di origine e quindi ben propensa a cedere una piccola percentuale ai suoi connazionali, è quindi fondamentale per lo sviluppo del paese, che rifiuta gli "aiuti internazionali"




La serie sull'Eritrea continuerà con diversi articoli che ne tratteranno la storia, le sanzioni economiche occidentali, la guerra coi vicini, la visione geo strategica del Corno d'Africa e diversi altri temi, se riceveranno un buon riscontro da parte dei lettori e dei compagni, potrei approfondire maggiormente il tema con articoli più scientifici e documentati.

"Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone oppresse e amare quelle che opprimono."  


Malcolm X


Amedeo Sartorio, 14.12.2014

martedì 11 novembre 2014

Cuba-USA: La storia di un soffocante embargo criminale.

Il 28 ottobre, all'Assemblea Generale dell'ONU, si è votata, per l'ennesima volta, la rimozione del blocco economico contro Cuba. Sui 193 paesi rappresentati, solo gli Stati Uniti d'America e Israele hanno votato contro, tre gli astenuti.
Ma tutti sanno cosa implica realmente l'embargo? 
Stando al diritto internazionale, è legale quello che fa il governo degli USA?
Ecco alcune informazioni concrete per capire meglio la questione e schierarsi a fianco di Cuba "senza se e senza ma".





Le prime sanzioni economiche contro Cuba furono messe dal presidente USA Eisenhower nel 1960, come reazione all'ondata di nazionalizzazioni intrapreso dal governo rivoluzionario dell'isola, e nel 1962 l'amministrazione democratica di Kennedy le ampliò a tutti i settori facendole diventare totali.
L'impatto fu terribile, dato che nel 1959, per ovvie ragioni geografiche e storiche, ben il 73% delle esportazioni erano verso gli Stati Uniti, e il 70% provenivano da quello stesso territorio.
Ora Cuba, a causa dell'embargo totale, non può più commerciare assolutamente nulla con il suo grande vicino. Solo dal 2000, a causa di pressioni da parte della lobby agricola nordamericana che cercava nuovi mercati per le sue eccedenze, Cuba può importare alcune materie prime alimentari a condizioni estremamente rigide.
Nel corso degli anni, la retorica diplomatica che giustificava l'inasprimento delle sanzioni economiche si è evoluta. Tra il 1960 e il 1990, per giustificare la loro politica ostile nei confronti dell'isola socialista, gli USA hanno prima ricordato il caso delle loro aziende espropriate, e poi hanno evocato l'alleanza con l'Unione Sovietica, l'appoggio alle guerriglie latinoamericane in lotta contro regimi militari sostenuti da Washington, e l'intervento militare cubano in Africa a sostegno delle lotte di liberazione nazionale.
Dopo il crollo del blocco socialista, gli USA, invece che normalizzare le relazioni con l'isola caraibica, hanno deciso di inasprire ulteriormente le sanzioni, invocando la necessità di ripristinare la democrazia e il rispetto dei diritti umani.
È nel 1992 che l'amministrazione Bush padre da una svolta alle sanzioni, andando a scontrarsi con il diritto internazionale. La legge Torricelli infatti oltre ad inasprire le sanzioni, da loro un carattere extraterritoriale Tuttavia il diritto internazionale vieta l'extraterritorialità di qualsiasi normativa nazionale, vale a dire che una legge non può venir applicata al di fuori dei confini nazionali. La legge svizzera non può venire applicata in Italia come la legge colombiana non può venir applicata in Venezuela. 
La legge Torricelli invece è estesa a tutti i paesi del mondo.
Ad esempio, dal 1992, a tutte le navi straniere, qualunque sia la loro provenienza, che entrano in un porto cubano, è vietato entrare negli Stati Uniti per i seguenti sei mesi. Questo fa in modo che le compagnie di navigazione che operano nella regione preferiscono evitare di commerciare con Cuba, per non venir escluse dal più grande mercato del mondo, e Cuba, circondata dall'acqua, deve pagare prezzi molto superiori a quelli di mercato per convincere le compagnie internazionali a consegnare merci sull'isola.
La legge Torricelli prevede pure sanzioni nei confronti di chi fornisce assistenza a Cuba, se un paese dà 100 milioni a Cuba, gli USA riducono di 100 milioni gli eventuali aiuti a questo paese.
Nel 1996, il Presidente Clinton, fece un giro di chiave, adottò la legge Helms-Burton, che oltre ad essere extraterritoriale, è anche retroattiva, quindi si applica pure ai fatti che sono accaduti prima che la legge esistesse.
Il diritto internazionale vieta che delle leggi siano retroattive, ad esempio se un paese adotta una legge che proibisce di fumare nei bar, non può andare a cercare e multare chi si era fumato una sigaretta in un locale quando era ancora legale farlo.
La legge Helms-Burton ha lo scopo di dissuadere molti investitori dallo stabilirsi a Cuba, per timore di rappresaglie da parte della giustizia statunitense, ed è molto efficace.
Per la legge americana, che ancora una volta viola il diritto internazionale, le imprese straniere insediate su un proprieta ormai nazionalizzata di Cuba, che al momento della nazionalizzazione era appartenente ad un cittadino di nazionalità cubana, devono venire punite.
Nel 2004 il presidente Bush ha creato la Commissione di Assistenza per una Cuba Libera, che ha imposto nuove sanzioni contro Cuba. Tra il 2004 e il 2009 i cittadini cubani residenti negli USA, sono potuti rimpatriare solo per due settimane ogni tre anni, nella migliore delle ipotesi, e solo col permesso del Dipartimento del Tesoro, e tutto questo solo provando che un parente stretto (genitori, nonni, fratelli e coniugi, esclusi invece zii, cugini, nipoti,...) vive sull'isola, e spendendo al massimo l'equivalente di 50$ al giorno. Sempre in questi 5 anni è stato ridotto a 100$ l'importo mensile massimo che un cubano residente negli USA può inviare ad un parente a Cuba, e se questo parente è iscritto al Partito Comunista, l'importo si riduce a zero.

Nel 2006 le sanzioni e il loro carattere extraterritoriale vengono ancora intensificate, un produttore di automobili tedesco per commerciare con gli USA deve provare di non aver utilizzato nemmeno un grammo di nichel cubano, e un produttore italiano di dolci deve dimostrare che il suo cibo non contenga nemmeno un po' di zucchero cubano. In questo modo gli esportatori di tutto il mondo devono scegliere, o commerciano con Cuba, o con gli Stati Uniti. Allo stesso modo, un cittadino statunitense che consumi un prodotto cubano in qualsiasi parte del mondo, rischia una multa fino a un milione di dollari e 10 anni di prigione.
L'embargo tocca anche il campo della salute, l'80% dei brevetti medici è stato depositato da multinazionali farmaceutiche nordamericane, e quindi i relativi farmaci non possono arrivare sull'isola, creando problemi alla popolazione nonostante l'avanzato sistema sanitario del paese socialista.
Tra il 2007 ed il 2009 molte banche occidentali (Barclays Bank, Bawag,..) hanno dovuto chiudere i conti ai clienti cubani per non dover rinunciare ai rapporti con gli USA, e la svizzera Credit Suisse è stata multata di 536 milioni di dollari dal Dipartimento del Tesoro per aver effettuato tradizioni finanziarie con Cuba, come pure l'olandese ING, 619 milioni di dollari di multa.
Secondo recenti sondaggi (era il 64% nel 2009), la maggioranza dei cittadini USA è contrario all'embargo, come pure la Camera di commercio, il New York Times, e gli ex presidenti Carter e Clinton, non certo organi e persone rivoluzionarie.
Più del 70% dei cubani sono nati sotto le restrizioni dell'assedio economico, quando finirà questa politica irrazionale che va sì contro gli interessi dei cubani, ma pure contro quelli degli statunitensi? Come mai paesi come gli USA e Israele continuano ad infrangere il diritto internazionale senza conseguenze, mentre altri vengono sanzionati o bombardati appena sgarrano (e molto spesso non sgarrano nemmeno)?
L'imperialismo va combattuto e sconfitto, ed oggi è rappresentato dagli Stati Uniti, da Israele, e dai regimi a loro affiliati.


 Amedeo Sartoro, 11 novembre 2014





Non trattandosi di un documento accademico, ma di un semplice articolo, non ho trovato necessario citare le fonti, ma ho fornito nomi di disegni legislativi e date, quindi potrete verificare voi stessi con una semplice ricerca online l'attendibilità delle informazioni. Ho pure omesso alcune sanzioni o fatti, concentrandomi sulle cose più eclatanti e più reperibili.

lunedì 28 luglio 2014

Sul carattere socialista o meno dell'attuale società cinese.


Dire che la Cina attuale è un Paese socialista equivale ad una mistificazione del socialismo in modo riformista, lo stesso Partito Comunista Cinese ammette che "il Paese si troverà ancora a lungo in una fase di preparazione al socialismo".
Ma dire che la Cina è semplicemente capitalista è molto più mistificatorio e revisionista. 
I compagni che, in buona fede, hanno una simile posizione, non fanno altro che il gioco dell'imperialismo dominate, attaccando, a testa bassa e ad occhi chiusi, il più grande fronte di resistenza globale.
Che possano nascere dei dubbi sulla sincerità delle posizioni marxiste e leniniste e della strategia a lunga scadenza della maggioranza del PCC è più che lecito, ma attaccare il più grande partito operaio e contadino del mondo liquidandolo come, non solo capitalista, ma addirittura imperialista, è assolutamente controrivoluzionario, soprattutto se si analizza in modo oggettivo il sistema economico e politico cinese.
Io credo che la dirigenza cinese si richiami in modo fedele alla tradizione maoista, cioè a quella del marxismo e del leninismo applicato nella Cina novecentesca, arricchendolo con le giuste (quindi non il liquidazionismo tardo-sovietico) evoluzioni storiche di questa scienza. 
Se qualcuno ha il coraggio di dire che Mao non era comunista, ci provi pure, forse non ha bene compreso le basi dell'ideologia marxista, e se qualcun altro ha il coraggio di dire che l'attuale dirigenza del PCC e Mao non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro, gli consiglio di rileggersi almeno i testi che ho "linkato" alla fine del presente articolo.
Un sistema politico-economico simile a quello vigente in Cina è già esistito per breve tempo sotto Mao, con forme diverse. Si è tentato di sorpassarlo troppo in fretta, e si è arrivati a un risultato vicino all’"egualianza nella miseria" che ha ben poco di socialista economicamente parlando. Si era arrivati lì non tanto per gli errori tattici, quanto più per una sbagliata impostazione di partenza, la filosofia del "tutto e subito", e una difficile interpretazione di quelli che sarebbero stati i mutamenti globali e nazionali futuri.
Sappiamo tutti quali sono le condizioni per la costruzione del socialismo, e quali erano le condizioni materiali (non i diritti o il ruolo nella società!) dei contadini e degli operai cinesi alla vigilia delle riforme economiche, vediamo quindi che qualcosa è purtroppo andato storto, e che delle riforme erano fondamentali per la stessa esistenza della Repubblica Popolare.
Chi tenta però di liquidare decenni e decenni del movimento comunista cinese, non ha capito che senza quell'industrializzazione forzata di stampo stalinista e quell'ideologismo forzato, la Cina non avrebbe mai avuto le basi per persistere sulla via al socialismo, e sarebbe tornata colonia dell'Occidente. Bisogna quindi riconoscere il processo in toto, con errori e vittorie, e farlo proprio con orgoglio.


Ho parlato di Mao, perché spesso gli estremisti di sinistra tendono ad elogiare quelli che sono stati gli errori di Mao, e a dimenticare quelle che sono state le grandi vittorie di Mao, reinterpretando in modo dogmatico i testi più specifici ed appartenenti ad una ben precisa realtà storica e geografica, come se fossero una verità senza limiti di tempo o di spazio.
La critica e l'autocritica stanno alla base del movimento comunista, il dogmatismo invece non ha nulla a che vedere con il materialismo dialettico.
Ma allora, da una prospettiva "maoista", come è definibile la Cina? 
La Cina è una "democrazia di tipo nuovo", o, detto con parole un po' più classiche, ma più facilmente attaccabili dai feticisti del linguaggio borghesi, una "dittatura democratica".
La democrazia di tipo nuovo è un sistema politico-economico parzialmente interclassista dove i contadini, gli operai, la piccola borghesia e la borghesia nazionale (o patriottica) sono alleati in difesa degli interessi nazionali, ma sotto la guida sicura della classe operaia e quindi del Partito Comunista, che non si occupa dell'eliminazione delle classi antagoniste, ma fa in modo che esse, sotto il controllo ideologico, culturale, politico e macroeconomico del Partito Comunista, servano gli interessi globali del popolo cinese, per accrescere l'accumulazione di capitale collettivo, e per aver successo nella costruzione di un Socialismo reale, che non solo sopravviva agli attacchi interni ed esterni, ma che possa esercitare un'egemonia mondiale in tutti i campi, così da rendere inarrestabile l'avanzata globale verso la società di tipo nuovo. 
Concludo quindi questa breve riflessione tutt'alto che ben documentata, dicendo che in Cina vige un regime di democrazia di tipo nuovo, a guida comunista, in marcia verso il socialismo, e con lo scopo finale di costruire la società comunista.
Se questo si avvera dipende dal sostegno internazionalista che sappiamo dare ai compagni cinesi, dalla fermezza che il PCC riesce a tenere rispetto ai principi marxisti e leninisti (fondamentale la dura lotta alla corruzione e la formazione ideologica delle nuove generazioni) e dai risultati di un futuro scontro economico e/o militare tra due diverse visioni del mondo.





Amedeo Sartorio






http://giulemanidallacina.wordpress.com

http://www.lacinarossa.net

http://www.bibliotecamarxista.org/Mao/libro_7/sulla_nuova_dem.pdf

http://www.bibliotecamarxista.org/Mao/libro_11/su%20ditt%20dem%20pop.pdf

http://www.bibliotecamarxista.org/Mao/libro_12/cap_di%20_stat.pdf





venerdì 21 febbraio 2014

Destra, sinistra, e il feticismo del linguaggio.



Di questi tempi sono sempre di più le voci che si aggiungono al coro di chi afferma che non esista più la destra e non esista più la sinistra: dalla Lega dei Ticinesi e i Verdi nel nostro Cantone, a Grillo e le realtà cosiddette "rossobrune" (un termine ambiguo che non mi piace) in Italia. 
Pur non difendendo questa visione semplicistica e anti ideologica, che spesso nasconde brusche virate a "destra" da parte dei diretti interessati, bisogna ammettere che non hanno tutti i torti, ed ora cercherò di spiegarne il perché.

Il significato di una parola varia a seconda della concezione del mondo che si fa propria e del contesto storico. 
Ad esempio, per un comunista e per un neoconservatore, la parola libertà avrà un significato diverso, se non diametralmente opposto. 
Per il comunista il patriota siriano che lotta contro le ingerenze straniere nel suo Paese, sta lottando per la libertà del suo popolo rispetto all'imperialismo. Per il neoconservatore invece, il "ribelle" che attacca il patriota siriano, sta lottando per la libertà del suo popolo rispetto alla "dittatura" di Assad, o almeno così vorrà farci credere.
Per quanto riguarda il contesto storico, le parole possono assumere un diverso significato con il passare del tempo, poiché i sistemi politici, i rapporti di produzione, gli usi e i costumi, sono in costante mutamento.
Tenete dunque presente che io analizzo il mondo e la storia da una prospettiva marxista e leninista, e vivo nel 2014 nella Svizzera Italiana.


È ora d'obbligo fare una piccola analisi storica per capire come sia nata, evoluta, ed entrata nell'uso corrente la dicotomia destra/sinistra.
Quando scoppiò la Rivoluzione Borghese in Francia, alla fine del diciottesimo secolo, la fazione che all'interno del Parlamento sedeva a sinistra del Presidente, rappresentava quella piccola borghesia democratica, laica, fortemente anti monarchica e parzialmente aperta alle classi lavoratrici, mentre a destra sedeva la fazione che difendeva gli interessi della grande borghesia e degli aristocratici "illuminati".
Il primo scontro nella storia tra destra e sinistra è quindi stato quello tra i giacobini vicini a Robespierre, la sinistra che detenne il potere nei primi anni della Rivoluzione, e l'ala borghese ostile ad un allargamento dei diritti sociali ad altre classi meno agiate.
Il concetto di destra e sinistra si è poi applicato a Cavour in contrapposizione con Mazzini e Garibaldi, come ad altre realtà nazionali, ciascuna con le proprie peculiarità e classi di riferimento, ma sempre legando la sinistra a chi più rappresentava i diseredati della terra, e destra a chi più rappresentava i privilegiati.
È con la Rivoluzione Sovietica, il diffondersi del marxismo e l'entrata delle masse operaie nella scena politica, che destra e sinistra hanno cominciato a diventare metri di misura universali.
Allora era molto più chiaro cosa fossero destra e sinistra. 
I conservatori che difendevano il capitalismo e gli interessi della classe borghesia erano la destra, i progressisti che lottavano per la Rivoluzione socialista e rappresentavano gli interessi delle grandi masse lavoratrici erano la sinistra. 
Si aggiunse allora l'aggettivo "estrema" per indicare alcune anomalie. 
Il fascismo a prima vista usciva dai normali canoni di valutazione, ma se se ne analizzava la composizione di classe, si vedeva che era di destra, a favore della borghesia, ma estrema, perché utilizzava metodi terroristici per prendere e conservare il potere capitalista.
Così come gli anarchici potevano essere definiti estrema sinistra per i metodi poco ortodossi e per l'estremismo controproducente del "tutto o niente", sebbene si schierassero sinceramente con gli operai e per il rovesciamento del sistema capitalista.
Con il crollo del Socialismo Reale, all'inizio degli anni '90 del secolo scorso, molti partiti tradizionalmente di sinistra, a partire dal Partito Comunista Italiano, hanno intrapreso un percorso di "borghesizzazione", in realtà già cominciato decenni prima, andando ad abbracciare idee liberali o moderatamente socialdemocratiche.
Siamo dunque arrivati ad oggi, dove partiti che erano di sinistra, continuano a dichiararsi di sinistra sebbene non lo siano più. 

Ma perché non lo sono più? Cosa è oggi la sinistra?

Per i comunisti la sinistra rimane quella di classe, rivoluzionaria, che rappresenta gli interessi delle classi lavoratrici, cioè, di chi non detiene nessun mezzo di produzione. Questo naturalmente, con tutte le eccezioni dettate dalla frammentazione di classe giunta a livelli mai visti nella storia, che renderebbe necessario l'addentrarsi a fondo nell'analisi delle classi sociali esistenti e il loro ruolo all'interno della società attuale.
La sinistra è quindi, secondo la mia concezione, e senza presunzione, quella che vuole sorpassare il capitalismo e creare la società nuova, non più basata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Questa è la sinistra di oggi, ed è purtroppo ridotta, nell'Europa centrale, ai minimi termini.
C'è poi l'altra fazione, la destra, cioè la fazione borghese, o meglio, rappresentante degli interessi della borghesia, dato che riesce ad ingannare lavoratori che militano nelle sue fila, che a sua volta si divide al suo interno tra destra e sinistra.

Ora prendiamo l'esempio dell'Italia attuale, analizzando due grandi fazioni "antagoniste", cioè l'attuale centrosinistra e l'attuale centrodestra, senza impantanarsi nella complicata analisi del Movimento 5 Stelle, molto variegato.
Il Partito Democratico si dice di sinistra, ma rappresenta gli interessi di grandi industriali, macella i diritti sociali nel nome dell'Europa, cala le braghe di fronte agli interessi degli USA, sostiene nuove guerre imperialiste, e chi più ne ha più ne metta. 
Dunque, secondo un'analisi di classe, non è affatto di sinistra, anzi, è di destra.
Tuttavia, a causa della sua storia e di alcuni elementi interni al partito ancora socialdemocratici, è più aperta ai diritti civili, più laica, più tollerante della destra ufficiale, e rare volte, difende posizioni realmente di sinistra. Si può dunque dire che è l'ala sinistra della destra di classe.
La destra, ora smembrata, ma che possiamo comunque riunire intorno alla figura di Berlusconi, fa esattamente le stesse porcherie, ma ha una cultura più chiusa, più bigotta, più razzista. Ciononostante appaiono ovvie alcune contraddizioni, che spingono a non preferire nessuno dei due schieramenti, almeno a livello nazionale e di dirigenza, altra cosa sono le realtà comunali.
Berlusconi, la destra, era amico di Putin e di Gheddafi, spesso difesi, soprattuto per il ruolo anti statunitense e a favore di un mondo multipolare, dalla sinistra di classe, mentre la sinistra ufficiale, quella collaborazionista, è assoggettata dagli USA in maniera pazzesca, e Obama, il più grande criminale del mondo, viene spacciato per uomo di sinistra dalla cultura dominate.
Bisogna dunque fare un'ulteriore distinzione tra destra e sinistra, differenziandosi per "settore". 
Uno può essere socialmente di destra (diritti civili e/o diritti sociali interni alla Nazione), ma geopoliticamente di sinistra (contro l'imperialismo egemone), o viceversa. E sto ancora semplificando in modo estremo.
Capiamo adesso che diventa una cosa molto complicata da analizzare, e, soprattutto, da trasmettere alle masse.
Per questo ha in parte ragione chi dice che destra e sinistra non esistono più. In realtà esistono eccome, ma forse sarebbe meglio abbandonare questi termini, o, allora, spiegarli chiaramente e in modo semplice, ridando loro nuova linfa, ma per questo ci vorrebbe un'egemonia culturale da parte della sinistra di classe.

Tutto dipende dalle parole, da come si interpretano le parole, per questo nel titolo parlo di feticismo del linguaggio.

Credo che oggi i termini di analisi della realtà politica non possano più essere destra/sinistra, sia perché queste parole vengono storpiate e decontestualizzate, sia perché la società presenta molte più sfumature di un tempo, e qualcuno può anche praticare politiche di sinistra in un settore, ma di destra in un altro, ad esempio Putin che ha bloccato un intervento militare organizzato in Siria, ma che reprime i diritti degli omosessuali.
Bisogna tornare ad un'analisi puramente di classe, rispolverando i classici del marxismo, dal "Lavoro Salariato e Capitale" di Marx, all'"Imperialismo Fase Suprema del Capitalismo" di Lenin.

Concludendo vorrei dunque aggiungere che slogan o etichette che parlano in modo generale di "sinistra" non li trovo né attrattivi, né concreti, poiché, in questo contesto storico e a queste latitudini, la parola sinistra viene purtroppo associata ai partiti ex-socialdemocratici ormai trasformatosi a pieno titolo in partiti liberisti che hanno mandato in rovina l'Europa, riducendo i diritti dei lavoratori, privatizzando, e facendosi "sodomizzare" dalle banche.

La parola d'ordine devono essere in primo luogo LAVORO e SOVRANITÀ.
Questi sono i reali problemi dei paesi europei di oggi, Svizzera compresa.


Amedeo Sartorio, consigliere comunale per il Partito Comunista a Brione sopra Minusio.