lunedì 23 gennaio 2017

Stati Uniti: che fare?

Quello in atto negli Stati Uniti è uno scontro tra diverse fazioni delle classi dominanti, con visioni politico-strategiche differenti.

Da un lato abbiamo la fazione liberal, in cui è confluito il movimento neocon, che fa riferimento tra altri a Soros e al clan Clinton, e che punta a destabilizzare il mondo per riaffermare la propria supremazia, e a cercare lo scontro diretto con la Russia.

Dall'altro abbiamo l'amministrazione Trump, una nuova destra nazionalista e conservatirice, tendenzialmente isolazionista, che punta a risollevare economicamente il paese, alla distensione con la Russia e a una minore intrusione negli affari esteri, per, probabilmente, prepararsi allo scontro con la Cina, il vero gigante che si affaccia sul mondo.

Questo scontro tra fazioni della borghesia apre possibilità di lotta per le forze realmene progressiste.

Le manifestazioni di piazza, egemonizzate dai liberals, vanno criticate nella loro forma.
Vanno criticate le varie Madonna e il falso femminismo che portano avanti, va fatta rimarcare l'assenza di manifestazioni quando Obama bombardava il mondo, vanno svelate le interferenze dei servizi segreti, i manifestanti pagati da Soros, il comportamento dei media,...

Va però valorizzata la presa di coscienza collettiva, la voglia di fare lotta politica della gente, così come le giuste rivendicazioni in una società, quella statunitense, ancora molto bigotta, profondamente razzista e patriarcale.

I movimenti progressisti devono sapersi smarcare attaccando entrambe le fazioni della borghesia attualmente in lotta tra loro, ed entrare nei movimenti popolari per portarvi le idee più avanzate e smascherare l'ipocrisia dei democratici.

Il male più grande era la Clinton, ha perso, bene.
 
Ora però c'è Trump, un miliardario legato a doppio filo con il sionismo, presidente della maggiore potenza imperialista del mondo, e la lotta dei lavoratori e delle comunità statunitensi deve continuare portandosi a un livello successivo.
In questo momento ci sono le possibilità di creare coscienza di classe tra le masse, ed è importante lottare anche sul piano dell'antirazzismo e dei diritti civili, perché dalla guerra tra poveri ci guadagna sempre solo la borghesia.
Mentre la lotta degli antimperialisti alle nostre latitudini deve continuare sapendo sfruttare la brutta immagine che gli USA sembra stiano creando in ampie fette della popolazione occidentale.
 
Amedeo Sartorio 23.01.2017

domenica 27 novembre 2016

Smarchiamoci dai "dirittoumanisti". Intervento al 23esimo Congresso del Partito Comunista della Svizzera Italiana.


Care compagne e cari compagni,
è con grande emozione che mi trovo oggi a questo nostro 23esimo congresso.
Sono passati quasi dieci anni da quando a Locarno fui uno di quei giovanissimi a votare per il cambio del nome da Partito del Lavoro a Partito Comunista.
Avevamo deciso di cambiare nome per cambiare politica, per tornare ad essere scientifici, coerenti, indipendenti ed incisivi, per sviluppare le nostre idee e i nostri programmi in maniera autonoma e democratica, per tornare ad essere comunisti.
È per questo motivo che saluto con gioia i documenti elaborati dalla direzione, in particolare la risoluzione inerente il tema dei flussi migratori, che getta le basi affinché i comunisti abbiano una posizione chiara e intelligente sulla questione, senza che si scada in una sterile carità di stampo cristiano, ma al contempo senza che vengano abbandonati i principi comunisti della lotta al razzismo, dell'internazionalismo e dell'unità di classe.
Non abbiamo fatto l'errore di cadere nella trappola della borghesia, che si serve organicamente di una certa sinistra ormai allo sbando per giustificare le aggressioni imperialiste e la destabilizzazione di paesi sovrani.
Per assurdo, chi a sinistra si dice paladino dei migranti, è spesso al contempo parte di quell'apparato "dirittoumanista" che prepara il terreno alle guerre, alle sanzioni e alle rivoluzioni colorate, cause principali, assieme allo sfruttamento neocoloniale, dei flussi migratori stessi.
I paladini di Amnesty sono i primi a demonizzare molti dei paesi la cui unica colpa è quella di volere rimanere indipendenti rispetto all'imperialismo.
Possiamo quindi dire senza riserve, che costoro formano parte dell'avanguardia di una velata propaganda di guerra.
Abbiamo visto membri della sinistra sventolare bandiere dei ribelli siriani, applaudire il colpo di stato atlantico e nazifascista in Ucraina, invocare la morte di Gheddafi, e tanto altro, tra cui la martellante campagna di demonizzazione nei confronti dell'Eritrea, paese che non vuole sottostare ai diktat occidentali. Eritrea, paese certamente povero e non esente da contraddizioni, che dopo una Rivoluzione anticoloniale e progressista ha raggiunto, con le proprie forze, molti importanti traguardi nella lotta all'analfabetismo, nella sanità, nell'occupazione,... una piccola, concedetemi l'analogia forse un po' azzardata, "Cuba del Corno d'Africa", visto il Chaos, la violenza, le malattie e la fame che la circondano. Chaos utile al dominio occidentale sul continente.
È nostro dovere, in quanto comunisti ed internazionalisti, smarcarci e combattere questo atteggiamento eurocentrico, altezzoso, paternalista, e, in fin dei conti, razzista, di questa sinistra, se così la si può definire, che preferisce ostentare sul web la propria carità al riconoscere reali problematiche e cercare soluzioni.
Una sinistra che nega i problemi e che insulta con disprezzo chi tra il popolo non è soddifsatto dalle sue politiche.




La Svizzera non deve allinearsi agli Stati Uniti e ad alcuni faziosi rapporti dell'ONU senguendo questa tendenza "dirittoumanista", che di dirittoumanista in realtà ha ben poco. La Svizzera deve collaborare allo sviluppo e alla pace in una prospettiva di mondo multipolare e di relazioni armoniose tra le nazioni, mettendo realmente in pratica la tanto vantata neutralità, e stabilendo contatti proprio con realtà interessanti in via di sviluppo come l'Eritrea, piuttosto che con paesi guerrafondai e razzisti come Israele o come l'Arabia Saudita.
La destra sembra che si stia accorgendo delle opportunità che danno varie realtà finora snobbate, mentre la sinistra, anti-ideologica a parole, ed in effetti priva di analisi, ma incrostata dogmaticamente sulle posizioni della cosiddetta ideologia "liberal", continua a brancolare nel buio o addirittura collabora con le peggiori lobbies destabilizzatrici e guerrafondaie.

Sappiamo di stare dalla parte giusta della storia, cerchiamo di influire!

Amedeo Sartorio 27.11.2016


martedì 12 aprile 2016

Usare la bandiera dell'antifascismo per servire gli interessi dell'imperialismo. Un esempio di propaganda mascherata diretta contro i comunisti e l'Iran.


Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un libro di Walter Laqueur, autore a me allora sconosciuto, intitolato: "Fascismi/Passato, presente, futuro", incuriosito, l'ho comprato ed ho cominciato a leggerlo.
Il fascismo al potere, come lo ha giustamente definito la XIII sessione plenaria del Comitato Esecutivo dell'Internazionale Comunista, è "la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario".
Se si tiene buona questa definizione generale di fascismo, sebbene risalga all'epoca hitleriana, bisogna constatare che alcuni "fascismi" esistono ancora; emblematico è il caso di Israele, che con la sua politica imperialista, militarista, totalitaria e razzista, rientra in questa categoria.
Già molto critico sui capitoli storici del libro, sono rimasto inorridito dal contenuto di quelli che parlano di "fascismi contemporanei". Laquaeur, quando parla di fascismi moderni, accusa di fascismo l'Iran della Rivoluzione Islamica, accusa di antisemitismo i partigiani della causa palestinese e la sinistra comunista, presenta come un problema "fascista" l'estremismo islamico, che riconduce però al clero sciita a guida iraniana, dimenticandosi del wahabismo e delle dittature sunnite,...

Vi propongo alcuni brevi estratti, e metto in guardia i lettori a non prendere per buono tutto ciò che si autoproclama "antifascista", a partire dall'ipocrita partecipazione dell'attuale "centrosinitra" italiano alla Festa della Liberazione.
È svuotando del suo contenuto l'antifascismo, gettando accuse di fascismo a chiunque non la pensi come te, che le politiche realmente fascisteggianti prendono forza e si legittimano.


"Pur scatenando azioni e propagnada antisemite, i comunisti lo facevano in un certo modo rituale, cioè sotto le sembianze dell"antisionismo"."

"Anche se la vittoria khomeinista in Iran ha incentivato lo slancio fondamentalista in numerosi paesi islamici, il radicalismo sciita professa una dottrina e una pratica diversa da quella sunnita(...) I governanti sciiti sono ritenuti settari dai fondamentalisti sunniti, che non riconoscono affato l'Iran come modello. Esiste perciò un'inconfondibile affinità tra fascismo e islam radicale."

"Nella Germania del 32-33 si reclutavano gli effettivi dei reparti d'assalto trai plebei e il sottoproletariato: i delinquenti di Teheran che formavano e formano la spina dorsale del movimento dei mullah sono motivati dalla medesima mentalità."

"A differenza delle dittature di vecchio stampo (e delle tirannie asiatiche), l'islam radicale (Iran) pretende obbedienza assoluta. Esso non controlla solamente le attività politiche dei cittadini ma tutte le loro attività, incluse quelle del tempo libero. La sfera privata è ridotta ai minimi termini: per molti aspetti, il suo totalitarismo supera perfino quello a cui aspiravano i fascismi europei."










"Se ai tempi dello Scià l'Iran si stava sviluppando decentemente, come mai una dittatura teocratica è riuscita a scalzarlo?"

"L'Iran ha assunto il ruolo guida nelle attività terroristiche in diverse parti del mondo, organizzando campi di addestramento, fornendo armi e aiuto logistico ai gruppi di terrore in Libano, Egitto e altre regioni africane e mediorientali."

"Infine, i fondamentalisti si preoccupano per il grande Satana occidentale (come faceva l'URSS), ignorando che nel frattempo sono emersi altri centri di potere mondiale."

"(...)in Russia non esistono divisioni nette tra la destra conservatrice "rispettabile", e gli estremisti, e tra l'estrema destra e i neocomunisti. Dopo l'iniziale slancio democratico degli anni 89-90, la politica russa ha virato decisamente a destra. La crescente polarizzazione trovò la sua espressione più clamorosa nel tentativo di golpe ai danni di Gorbacev nel 1991."



Amedeo Sartorio, 12 aprile 2016

giovedì 25 febbraio 2016

Eritrea: violazione dei diritti umani o propaganda di guerra?


Ci siamo sentiti ripetere fino alla nausea che l'Eritrea è una "prigione a cielo aperto", che è la "più terribile dittatura d'Africa", se non del mondo, e chi più ne ha più ne metta.
Questa propaganda di guerra diretta contro uno staterello la cui sola colpa è quella di volersi sviluppare in modo autonomo evitando lo strozzinaggio occidentale, viene portata avanti con particolare fervore da quella sinistra moderna sempre più liberale, più caritatevole -nell'accezione negativa, eurocentrica, del termine-, e sempre più attaccata al mantra dei diritti umani.
I "dirittoumanisti", quasi sempre in buona fede, ma privi di un metodo di analisi della realtà che sia definibile tale, si muovono come marionette alle dipendenze dei piani bellici e destabilizzatori della Casa Bianca o del Pentagono, rivelandosi essere la bassa manovalanza che prepara il terreno agli interventi militari imperialisti. Infatti, stranamente, nel mirino delle accuse si trovano quasi esclusivamente "paesi canaglia", canaglia da una prospettiva USA, naturalmente.
Gli esempi sono molteplici: il sostegno al colpo di Stato nazista in Ucraina, quello all'intervento militare in Libia, il sostegno alla "rivoluzione" siriana fin da subito guidata da movimenti jihadisti, la demonizzazione dell'Eritrea, il sostegno alla "causa tibetana",...
Tutte queste posizioni filoatlantiche e neocolonialiste, all'antitesi di qualcosa che sia anche solo vagamente di sinistra, sono giustificate da slogan come: "Yanukovic uccide la popolazione pacifica", "Gheddafi bombarda il suo popolo", "Assad è un terriibile dittatore assassino", "L'Eritrea è la peggiore dittatura del mondo", "La Cina occupa e opprime il Tibet".
Niente di ciò è vero, ma l'apparato mediatico legato ai centri di potere, così come le ONG* più grandi, pure loro legate a doppio filo agli interessi USA, riescono a far passare questi concetti grazie a una martellante propaganda sempre più basata sulle emozioni delle persone.
Ogni guerra è nata con delle menzogne, perché senza il sostegno, o addirittura con l'opposizione della popolazione, non è così facile entrare in guerra.
Oggi quelle menzogne si basano quasi sempre sul "salvare civili uccisi impunemente da un terribile regime", ed ecco che la poca conoscienza delle dinamiche economiche, geopolitiche e sociali, fa cascare nella trappola molta gente indignata da ciò che sente nelle notizie.

Ora torniamo però al titolo, e cioè all'Eritrea.
Sul mio blog ho già pubblicato alcuni articoli e interviste che chiariscono la realtà del paese, ma è notizia di poche settimane fa quella di un gruppo di parlamentari svizzeri che, di ritorno dall'Eritrea, hanno smentito le voci secondo cui il paese sarebbe la terribile dittatura che si vuol far credere.
Mi limito a trascrivere alcune dichiarazioni di politici svizzeri, insospettabili di simpatie bolsceviche, -ricordo che l'Eritrea è nata da una lungua guerra di liberazione nazionale portata avanti da guerriglie marxiste- ricordando che, e si ritorna al discorso di prima, l'unico esponente ad aver boicottato il viaggio è membro del Partito Socialista, che si chiede addirittura se il console onorario svizzero in loco non sia "stato pagato dal regime eritreo".



"La prima impressione non è veramente quella di una prigione a cielo aperto. Ho viaggiato talmente tanto che posso permettermi di comparare."

"Nelle alte sfere, e la cosa stupisce molto, non c'è corruzione."


"C'è un limite di 1 a 8 trai salari più alti e quelli più bassi dell'amministrazione governativa. Vi è questa idea totalitaria, ma anche egualitaria, un maggio '68 totalmente anacronistico nel mondo odierno. Ma queste persone, visto che sono oneste, sono convinte di avere ragione e sono sorpresi dalle critiche della comunità internazionale."

"Degli osservatori indipendenti che ho incontrato lo dicono restando nell'anonimato: il rapporto delle Nazioni Unite è tendenzioso."

"Ci sono state delle esagerazioni da parte delle ONG."

"La mia convinzione è che gli eritrei siano soprattutto migranti economici."

"La principale ragione per cui dei giovani partono è la mancanza di prospettive. Questi giovani guardano la tele, hanno internet, e hanno voglia di qualcosa di diverso dalla rivoluzione del nonno".

Claud Beglé (PPD)

fonte: http://www.24heures.ch/suisse/ong-exagere-erythree/story/29062656

 
"(Thomas Aeschi, UDC, n.d.r.) Come i suoi colleghi di viaggio, ritiene che l'Eritrea non è "l'inferno" dipinto dai vari rapporti internazionali, anche dell'Onu, e dai media."

"Come già dichiarato da Hochuli alla stampa domenicale, Aeschi, attualmente in India, in due interviste telefoniche all'ats e a Le Temps, sostiene in sostanza che la situazione nel Paese non fa pensare a uno Stato totalitario. Afferma di aver potuto discutere liberamente con la popolazione, reticente solo nel rispondere a domande relative a parenti in carcere."

"Per il consigliere nazionale (Aeschi, n.d.r.) un accordo di riammissione è realistico. Altrimenti non si spiega come migliaia di eritrei costretti da Israele in campi nel deserto preferiscano tornare nel loro Paese. La tortura non è sicuramente sistematica."

fonte: http://www.tio.ch/News/Svizzera/Politica/1070121/Aeschi-L-Eritrea-non-e-quell-inferno-che-tutti-raccontano


"Secondo la consigliera di Stato argoviese Susanne Hochuli (Verdi), le voci che corrono su questo paese africano costituiscono "una panzana occidentale". "L'Eritrea non è la Corea del Nord", ha sottolineato l'ecologista alla "SonntagsZeitung" dopo un sopralluogo nella regione."

fonte: http://www.tio.ch/News/Svizzera/Politica/1069573/Polemiche-attorno-a-un-viaggio-di-politici-svizzeri-in-Eritrea/


Questo è un passo avanti verso la normalizzazione da parte svizzera delle relazioni con Asmara, ma come sempre, la sinistra si è fatta sorpassare da altri, preferendo demonizzare un paese indipendente e progressista piuttosto che cercare il dialogo. (Forse qualcuno mangia sui migranti eritrei?)

Stiamo all'erta e non lasciamoci ingannare dalla propaganda di odio.
L'Eritrea potrebbe essere una delle prossime vittime dell'imperialismo, grazie anche al consenso di quei "dirittoumanisti" che parlano di pace ma favoriscono la guerra.

Amedeo Sartorio, febbraio 2016.




*Sulla natura faziosa di molte ONG rimando ad alcuni articoli emblematici pubblicati da sinistra.ch.

http://www.sinistra.ch/?p=2058 
http://www.sinistra.ch/?p=1627
http://www.sinistra.ch/?p=1991

martedì 2 febbraio 2016

Critica e autocritica: didattica socialista in una scuola cinese per giovani delinquenti. (1979)

Vi propongo alcuni aneddoti, molto significativi, riguardanti un centro di educazione sorvegliata (scuola per giovani delinquenti trai 13 e i 18 anni) situata nella Repubblica Popolare Cinese, risalenti alla fine degli anni ’70.
Ho tradotto dal francese dei brevi passaggi di un lungo dossier scritto da Zhou Zheng e apparso il 5 novembre 1979 sul numero 44 del settimanale Beijing Information.



“Gli è successo (ai docenti N.d.T.) di colpire i ragazzi, perché il comportamento di questi li esasperava. La scuola, però, non tollera assolutamente comportamenti di questo tipo. A fine giugno, un responsabile della scuola, alzò le mani su un allievo. Il direttore convocò una riunione di docenti durante la quale lo criticò. Dopo, dovette tenere un meeting con tutti i suoi allievi dove fece autocritica, dicendo che quell’atteggiamento era una conseguenza del suo metodo di lavoro sbagliato. Dopo la riunione gli allievi discussero della questione: “I pugni sono efficaci affinché i ragazzi correggano i loro errori?” Durante le discussioni animate, gli allievi raccontarono di come fossero stati picchiati dai genitori e dalle milizie nelle strade. Ciononostante, non avevano mai cambiato il loro atteggiamento, senza mai cedere ai colpi. Se si fanno dei progressi, questo è dovuto all’educazione e alla persuasione paziente dei maestri. Dopo la discussione, il docente violento fece pure un’autocritica davanti all’intera scuola riunita, così permettendo a tutti di avere una profonda conoscenza sulla questione.”

“L’ultimo semestre dello scorso anno scolastico, successe qualcosa nella scuola. Un nuovo allievo aveva fatto molti progressi. Più tardi venne eletto capoclasse. Un giorno, però, avendo suonato male la chitarra, venne preso in giro da un compagno, si arrabbiò, e lo buttò a terra. Poco dopo, riconobbe il suo errore davanti al maestro, che, invece di rimproverarlo, gli disse in modo incoraggiante: “Hai fatto dei progressi, dato che non l’hai anche picchiato”. Molto commosso, il ragazzo si mise a piangere. Si rese conto che il suo maestro lo conosceva come le sue tasche.”

“Ovviamente certi allievi li critichiamo e li sanzioniamo. Ad esempio, una sera di primavera di quest’anno, sette allievi scapparono dall’istituto ed entrarono in un cantiere. Là, fecero molti danni. Il loro agire ha infranto i regolamenti della scuola, e soprattutto ha attentato agli interessi del popolo. Abbiamo dovuto gestire la questione con severità. Quella notte, anche se gli allievi dormivano già, li riunimmo d’urgenza nel piazzale affinché i colpevoli facessero autocritica davanti a tutti i compagni e agli insegnanti.
Durante la riunione della direzione, questa criticò con forza gli allievi coinvolti. Questo li impressionò
profondamente, quando ora parlano di disciplina e di concezione collettivista, menzionano sempre questo episodio.
In poche parole, che noi lodiamo e ricompensiamo gli allievi, o che li critichiamo e sanzioniamo, lo scopo è sempre quello di educare.”


Amedeo Sartorio, 02.02.2016








martedì 19 gennaio 2016

I confederati erano davvero i cattivi? Cosa fu la Guerra di Secessione?


La storiografia dominante, quella insegnata nelle scuole occidentali, ci insegna che la Guerra di Secessione fu soprattutto uno scontro tra abolizionisti e schiavisti, una guerra di idee tra unionisti "bravi" e confederati "cattivi", che sfociò nella libertà degli afroamericani.

100 anni dopo la sua fine, Malcolm X e Martin Luther King venivano assassinati in un contesto statunitense di segregazione razziale non troppo differente da quello del Sudafrica, ed oggi, 150 anni dopo la fine del conflitto, la comunità afroamericana riempie le prigioni, vive nella miseria e la polizia assassina impunemente i suoi membri.
Siamo sicuri, dunque, che il nord durante a guerra civile fosse mosso da nobili sentimenti umani come la liberazione degli uomini di colore?
O è stata piuttosto una forzatura della grande borghesia del nord per portare la rivoluzione industriale ad un livello successivo, eliminando i retaggi feudali delle aristocrazie schiaviste produttrici di cotone, liberando così dalle catene un nuovo esercito di disperati, per incatenarlo nuovamente, ma questa volta nel sistema salariale?

Il sud era poco popolato e dominato dai grandi produttori di cotone che vivevano del lavoro gratuito dei loro schiavi, schiavi che dovevano però essere comprati e mantenuti in vita, ed esportavano la quasi totalità della produzione in Gran Bretagna.
Il nord, che contava parecchi grossi centri urbani molto popolati, stava invece sviluppando l'industria moderna e tutto ciò che ne consegue.
Non è dunque difficile capire che lo schiavismo era d'impiccio, perché, per il capitale, è più redditizio avere dei lavoratori salariati, che lavorano in condizioni poco diverse da quelle degli schiavi, ma invece che venire mantenuti, diventano dei consumatori costretti a pagarsi vitto e alloggio, andando così ad ingrassare diversi settori dell'economia, in primis edilizia ed alloggi.

Friederich Engles, nell'Anti-Dühring, quando parla di economia e violenza, spiega bene che: "La schiavitù negli Stati Uniti d'America era fondata molto meno sulla violenza che sull'industria cotoniera inglese; in quei distretti dove non cresceva il cotone o che non esercitavano, come negli Stati confinanti, l'allevamento di schiavi per Stati cotonieri, la schiavitu si estinse da se stessa senza uso di violenza, semplicemente perche non era remurativa."
Dunque, la bandiera dell'abolizionismo, non fu, come invece nella Rivoluzione Francese, una lotta di ideali, una scelta progressista, una creatura dell'illuminismo.
Lo schiavismo era semplicemente diventato scomodo per lo sviluppo della grande industria moderna e di una nuova società a capitalismo avanzato.
Napoleone Bonaparte restaurò lo schiavismo nell'Impero coloniale francese, poiché ancora redditizio, invece negli Stati dell'Unione, esso si estinse da solo seguendo il naturale sviluppo del capitalismo, che bisognoso di nuovi sbocchi, nuovi mercati, nuovi spazi, entrò in conflitto con gli Stati del sud, i confederati.
La secessione fu la risposta di chi voleva preservare lo stile di vita semi-feudale.
Scoppiò quindi la guerra, anch'essa redditizia per le industrie di armamenti del nord, oltre che laboratorio di prova per nuove armi e tattiche belliche. Il nord vinse, non è esagerato dire che colonizzò il sud imponendo le sue regole, e i neri, liberati, si trovarono a fare di nuovo gli schiavi, ma questa volta in cambio di qualche spicciolo, che raramente bastava al sostentamento.

Quindi, per evitare equivoci, la schiavitù andava abolita, senza dubbio, come era giusto che il sistema economico, sociale e politico evolvesse, ma mitizzare il nord e demonizzare il sud, non è il giusto approccio, perché, in realtà, le due parti erano poco diverse e nessuna era mossa da nobili intenti.

La Guerra di Secessione fu una guerra tra due diverse classi dominanti, quella dei grandi industriali e quella dei grandi proprietari terrieri, che mandarono al macello le classi popolari, ed entrambe furono mosse dal solo profitto.


Amedeo Sartorio, 19 gennaio 2016

mercoledì 18 novembre 2015

Sul voto utile, Abate, e il ruolo della socialdemocrazia.

Quanto in là, oltre ai nostri ideali, bisogna spingersi, nel nome del "voto utile"?
Ho visto in questi giorni esponenti "socialisti" contenti dell'elezione di Lombardi e, specialmente, di Abate.

Io ho riflettuto a lungo prima di questo ballottaggio, ho crociato i miei nomi, ho chiuso la busta del voto per corrispondenza, ma, alla fine, non me la sono sentita di votare, perché nessuno dei candidati meritava un voto, nessuno.
Tantissimi, a sinistra, hanno invece votato l'esponente PS e....quello PLR, e non uno qualsiasi, quello del Fox Town, quello che a Berna non ha mai fatto gli interessi né dei lavoratori, né dei ticinesi.
Fino a dove si deve cadere per "evitare il peggio"? 
La mossa è logica, si vota, storcendo il naso (speriamo), chi non piace, per evitare l'elezione di chi piace ancora meno, cioè il rappresentante di Lega-UDC. 
OK.

I comunisti sono campioni di pragmatismo, disposti a volte a sporcarsi le mani se questo potrebbe servire ad un miglioramento delle condizioni dei settori più sensibili della società. 
Ma fino a questo punto? Votare Abate, davvero? 
Per me, voi che lo avete eletto, dovreste solo vergognarvi. Io ho il cuore in pace, non sarò complice delle sue scellerate politiche borghesi. 
Sarebbe stato peggio Ghiggia? Il "leghista razzista"? 
Forse, ma tra due sciacalli preferisco non sceglierne nessuno, potendo dire così con orgoglio: "io non sono complice". 

La nostra democrazia liberale sempre più somiglia alla sua degenerazione "made in USA". 
Hai il diritto di scegliere, ma di scegliere tra il letame e la merda, dunque, a questo punto, chi mi obbliga a dover scegliere per forza? 
Spero che sarete fieri del vostro sputo di inchiostro sulla scheda, quando i nostri rappresentati nella camera alta calpesteranno la nostra dignità nel nome del capitale. Anzi, spero che non ne sarete fieri affatto, e che magari, in questi tempi di cambi radicali in seno alla società occidentale, pure voi socialdemocratici ricomincerete a fare il vostro lavoro storico, per cambiare il paese, per risollevare le sorti dei salariati, per fermare la guerra, senza complicità, senza interessi, senza ipocrisie. 

Alla prossima che farete? L'anti-leghismo elevato ad ideologia non porta a nulla, l'Italia insegna, caduto Berlusconi, sono saliti gli anti-berlusconiani, facendo ancora peggio, per quanto fosse possibile. 
Se si perde è perché la proposta non è appetibile, si è sempre "contro", e mai "pro", perché si scende ad assurdi compromessi per paura di perdere qualche "cadrega", e perché, a volte, si vuole difendere l'indifendibile, nel nome dei "diritti umani" ormai strumentalizzati dai poteri forti.

Basta vendersi per evitare il peggio, bisogna essere coerenti e costruire con pazienza una reale alternativa, dove c'è spazio per tutti i "volti puliti", per tutta la gente onesta, per tutti i progressisti stufi dello sciacallaggio del sistema capitalista.



Amedeo Sartorio, consigliere comunale per il Partito Comunista a Brione sopra Minusio.



#LaSinistraAssente #IoNonHoVotato

domenica 15 novembre 2015

Oriana Fallaci, una criminale sionista.


Dopo i tragici avvenimenti di Parigi, una buona fetta di popolazione italofona, arringata da squallidi personaggi come Matteo Salvini, "riesuma" la Fallaci dicendo che aveva ragione e che tutti i bambini dovrebbero leggerne i libri a scuola.
La Fallaci, che portava avanti la tesi dello scontro tra civiltà, dall'alto di un'esasperante ed evidente islamofobia, rischia di fare ancor più danni "post-mortem" che nella sua lunga vita.
Vi riporto l'estratto di una sua intervista in cui spiega perché si dichiara sionista. Sionismo, ideologia e progetto di chiaro stampo coloniale e razzista.




Non voglio spiegare che significa ”sionismo”, perche’ penso che il lettore colto e abbastanza informato lo sappia. Tutti parlano del sionismo e quasi sempre male pero’ la maggioranza non sa’ il suo significato e questo e’ molto triste. Sono sionista non perche’ ami gli ebrei ( e li amo) ne’ perche’ ho sangue ebreo ( non si sa mai…) ne’ per essere ”spirito di contraddizione” e lo sono… Non sono sionista perche’ sono multimiliardaria ne’ potente che ovviamente non lo sono..come molti ebrei non lo sono. non sono sionista perche’ faccio parte di misteriose organizzazioni internazionali che nessuno conosce ma di cui molti parlano…non sono sionista perche’ sono massone che non lo sono e non sionista perche’ non sono cristiana perche’ ho l’onore di esserlo.
In questa nostra societa’ tanto manipolata dai mezzi di comunicazione e tanto latinamente ( curioso termine no?) usata per determinati ”centri sociali” che siano religiosi, etnici o politici,con inconfessabili e perverse intenzioni di riuscire ad eliminare il popolo da Israele nel migliore dei casi; che nel peggiore e per niente occulto, quello che si pretende direttamente e’ lo sterminio ( nel linguaggio genocida si parla di ”gettarli al mare”) di otto milioni di persone che vivono nel territorio piu’ singolare e controverso di quelli che sono sulla faccia del nostro pianeta terra. sono solo un paio di milioni in piu’ di quelli che stermino’ Hitler…
Uno e’ basso perche’ non e’ alto o viceversa e io sono sionista perche’ non sono antisionista e in questo non ci sono ambiguita’. O si e’ sionista o non lo si e’.

In definitiva sono sionista perche’ respiro, perche’ penso,perche’ vedo, perche’ esisto,perche’ so’….Sono sionista perche’ conosco Israele e la sua gente e gli arabi che vivono li’ e godono degli stessi diritti degli ebrei e temono gli arabi dall’altra parte e tacciono e sono colpevoli perche’ tacciono…pero’ quando parli con loro nell’intimita’ della loro casa manifestano la loro gioia per vivere, lavorare e educare i loro figli in liberta’ piena, liberta’ anche di essere atei e le donne di essere libere in citta’ come Tel Aviv, jaffa o Gerusalemme.
Sono sionista perche’ non mi piace che sgozzino la gente, che lapidino le donne o che uomini adulti si sposino con bambine.
Sono sionista perche’ amo la cultura e ringrazio ai tanti scienziati, intellettuali, medici, letterati, musicisti, architetti,ingegneri, matematici, e fisici ebrei che in proporzione maggiore rispetto al resto della terra hanno dato di piu’ e nonostante siano stati i piu’ oppressi…
e per ultimo sono sionista perche’ sono donna, europea e occidentale. Perche’ adoro la mia maniera di vivere e detesto che mi si voglia imporre qualcosa. Perche’ amo la liberta’ sopra ogni cosa. perche’ rispetto le donne, perche’ bevo quello che voglio e mi piace il prosciutto e perche’ ognuno col suo culo fa quello che vuole signori…e signore! Of course!
Conclusione: sono sionista perche’ sono egoista e se muore Israele, nostro migliore e coraggioso alleato, dietro Israele moriremo anche noi…..

Oriana Fallaci.

Dall’intervista originale in spagnolo: icees.org.booriginale: http://www.amicidisraele.org/2014/11/perche-sono-sionista-di-oriana-fallaci/

mercoledì 28 ottobre 2015

Sionismo, il vero alleato di Hitler, di Alberto García Watson


Sionismo, il vero alleato di Hitler, di Alberto García Watson

Le dichiarazioni incendiarie del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, scagionano Hitler dal genocidio.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu forse ignora che sotto la legislazione europea relativa il revisionismo storico in materia di olocauto ebraico, le sue dichiarazioni incendiarie, scagionando Hitler dal genocidio, potrebbero costituire un delitto allineandosi chiaramente con quelle dei revisionisti più radicali che, come lui, pretendono che Hitler voleva soltanto espellere gli ebrei dall'Europa centrale.

Le sue assurde dichiarazioni che accusano il Mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini di essere il reale responsabile intellettuale dell'olocausto ebraico, che incitò (secondo B.N.) Adolf Hitler all'adozione della "soluzione finale" contro gli ebrei, sono assolutamente false e totalmente prive di rigore storico.

Nell'incontro avuto tra il chierico palestinese e Hitler il 28 novembre del 1941 a Berlino, è chiaro l'interesse del Führer, nel suo compromesso per combattere il giudaismo mondiale, mentre il Mufti al-Husseini esprimeva solo preoccupazione per gli interessi arabi in generale e quelli dei palestinesi in particolare.
In nessun momento al-Husseini (come si denota dalla trascrizione officiale dell'incontro in questione), fa allusione al "bruciare gli ebrei" come ha faziosamente suggerito il primo ministro israeliano.

La versione sballata del revisionista Netanyahu è già stata smentita da storici e politici israeliani come palestinesi, alcuni dei quali sono arrivati a dire che tali incongruenze non solo vogliono banalizzare l'olocausto, ma avrebbero come obbiettivo quello di scaldare ancor più l'ambiente di scontro tra la parte più radicale della società ebraica, e la nascente sollevazione popolare palestinese.

Ciononostante, se ci avvaliamo di un assoluto rigore storico, scopriremo che le relazioni tra il terzo Reich ed il sionismo nella Germania hitleriana, lontano dal preteso clima di persecuzione, erano intime.

Dalla salita al potere di Hitler nel 1933, il nazionalsocialismo appoggiò il sionismo in maniera significativa nel suo progetto di immigrazione ebraica in Palestina. Sulla base della confluenza ideologica ultranazionalista, e di un'evidente intesa sulla prospettiva etnico/identitaria, il nazismo ed il sionismo rafforzarono le loro posizioni affini. Il sionismo sperimentò un'importante progressione durate il nazismo. Pubblicazioni come il "Jüdische Rundschau" (periodico della Federazione Sionista Tedesca) incrementarono le vendite, e la celebrazione nel 1936 a Berlino della Convenzione Sionista, da un'idea della vita politica dei sionisti tedeschi ai tempi del terzo Reich.

Le SS erano particolarmente entusiaste dell'appoggio dato al sionismo.
Nel 1934 una pubblicazione interna alle SS raccomandava ai suoi membri un appoggio incondizionato e attivo al sionismo, tanto da parte del governo, che dal partito nazista, visto come la miglior soluzione per incitare all'immigrazione in Palestina gli ebrei tedeschi.

Leopold von Mildenstein, un importante ufficiale SS, e Kurt Tuchler, rappresentante della Federazione Sionista Tedesca, realizzarono insieme un viaggio di sei mesi in Palestina per verificare lo sviluppo e l'espansione degli insediamenti in territorio palestinese. Al suo ritorno von Mildenstein pubblicò, alla fine del 1934, una serie di dodici articoli per l'importante quotidiano berlinese "Der Angriff" , dove esprimeva il suo apprezzamento per gli straordinari traguardi raggiunti dai coloni sionisti in Palestina. Il quotidiano berlinese emesse una medaglia commemorativa della visita che esibiva su una faccia la croce uncinata e sull'altra la stella di Davide, come dimostrazione degli stretti legami tra sionismo e nazismo.

I servizi di sicurezza di Himmler (capo di SS e Gestapo) collaborarono con la Haganah (squadroni terroristi paramilitari ebraici in Palestina) nel dirigere l'emigrazione ebraica in Palestina, così come nella consegna di armamenti tedeschi ai coloni ebrei da usare negli scontri con la popolazione araba palestinese.

nel gennaio del 1941 un'altra banda criminale ebraica, il Lehi, o Stern Gang (scissione di un altro gruppo paramilitare sionista, "Irgun Zvai Leumi"), comandata da Avraham Stern, lanciò la proposta formale di un'alleanza politico-militare con la Germania nazista per mezzo di Otto Werner von Hentig, consule tedesco a Beirut.

Quello che risulta certamente paradossale è che questi gruppi terroristici ebraici parteciparono attivamente alla guerra dal lato dei nazisti, quando erano già note le deportazioni di massa di ebrei dall'Europa centrale, e che lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti era già cominciato con massicci massacri in Lituania. La spiegazione starebbe nel fatto che il movimento sionista è laico/riformista (il padre del sionismo, Theodor Herlz era ateo), mentre la maggioranza delle vittime dell'olocausto erano ebrei ortodossi haredim, contrari al sionismo e alla creazione dello Stato di Israele, dunque in molti si rifiutarono di partecipare al progetto di emigrazione massiva nazi-sionista. Oggi la comunità ebraica haredim è tra le più odiate in Israele.

Però quello che sì, si può addossare al Netanyahu storico, è il fatto di non conoscere nemmeno la storia del partito politico in cui milita, il Likud, di cui Albert Einstein, illustre ebreo, arrivò a dire in una lettera: "...un partito politico con enormi somiglianze in quanto a organizzazione, metodo, filosofia politica e radicamento sociale, al partito nazista e a quello fascista".

Il Likud, una formazione fondata su consiglio di uno dei padri fondatori dell'entità sionista, Zeev Jabotinsky, non lascia indifferente nessuno. "Hitler Jabotinsky", come lo chiamava Ben Gurion, fu l'istigatore del sionismo revisionista dal quale naque il gruppo terrorista ebraico di estrema destra Irgun Zvai Leumi, tristemente celebre per i suoi innumerevoli massacri compiuti ai danni della popolazione palestinese negli anni '40.



Jabotinsky era un ammiratore della Germania nazista, ma soprattutto dell'Italia fascista, Mussolini arrivò a dire di lui nel 1935: "...per l'esito del sionismo, avete bisogno di uno Stato ebraico, con una bandiera ebraica e una lingua ebraica. La persona che capisce davvero ciò è il vostro fascista, Jabotinsky".

Benzion Netanyahu, padre biologico e mentore politico di Benjamin Netanyahu, fu, negli anni '30, segretario personale di Zeev Jabotinsky. Benzion Netanyahu pronunciò nel 1998 un discorso commemorativo per il 50esimo anniversario della nascita di Israele, dove elogiò la figura di Abba Achimier, uno stretto collaboratore di Jatodinsky che abbracciò il nazionalsocialismo di Hitler "per salvare la germania dalla guerra civile e dalla dittatura socvietica", e non ebbe nessun problema nel descrivere questo personaggio come il suo modello politico da imitare.

La parola olocausto è un termine biblico che significa "sacrificio", perché dunque si utilizza il termine "sacrificio" per denominare un genocidio? La risposta, secondo alcuni, sta nel fatto che il movimento sionista internazionale avrebbe sacrificato gli ebrei europei nell'olocausto per compiere scrupolosamente la sua sinistra agenda geopolitica, creare senso di colpa e guadagnare sostegno dalla finazainternazionale, con l'obbiettivo di legittimare un "focolare nazionale ebraico" in terra araba, un progetto irrealizabile senza le radici vittimestiche dell'olocausto.

Netanyahu tutto ciò lo sa bene, per questo il suo recente tentativo di riscrivere una storia dove il suo "entourage" più vicino giocò una carta tanto vergognosa, mira ad aprire il vaso di pandora delle miserie sioniste.


Traduzione di Amedeo Sartorio

originale: http://hispantv.com/newsdetail/Sionismo/72725/sionismo-netanyahu-hitler-holocausto-palestina

lunedì 5 ottobre 2015

La Russia non è una potenza imperialista, come Marx, Lenin e l’analisi decolonialista lo dimostrano.

di Sukant Chandan, Sons of Malcolm, 1 ottobre 201511Riferimento alla Siria e approfondimento sul perché Russia (e Cina, India, Brasile, Iran, ecc) non sono “imperialisti né sub-imperiaisti”.
Con la Russia invitata dal governo siriano ad intensificare l’aiuto per contrastare e sconfiggere gli squadroni della morte di Gran Bretagna, Francia e USA nel Paese, nella relativa impennata nella difesa della Siria che resiste all’attacco imperialista globale combinata da oltre 4 anni, sentiamo riecheggiare le principali potenze della NATO nell’indicare la Russia quale Paese ‘imperialista’, o di “militarismo russo”, per citare un noto capo del momento della sinistra inglese. Nulla del genere. Qui cerco di dimostrare perché non lo sia, e perché la sinistra occidentale, in realtà imperialista e neocoloniale, cerca di affermarlo: “Colonialismo, imperi e ‘imperialismo’ sono fenomeni antichi, la cui natura comune comprende l’acquisizione di terre oltre a quella originaria, attraverso le violenze, ma il grado di violenza e di statualità dipende da caso a caso, e varia in funzione dell’impero e del momento storico. Quasi ogni regione del mondo ha visto imperi per millenni. Ciò non lo giustifica affatto, è solo un dato di fatto. Sul piano etico, mi oppongo a tutti gli imperi e colonialismi, alcuno di essi dovrebbe essere nostro modello oggi, e storicamente soprattutto nel mondo moderno, molti dei nostri popoli che hanno superato l’eredità di questi imperi hanno fatto assai peggio con l’esperienza coloniale tendendo (e continuando) a sostenerlo e celebrarlo, distorcendolo quale riflesso del colonialismo europeo, e quindi incoraggiandoci a interiorizzarlo e proiettarlo sugli altri. La genesi di ciò che abbiamo capito del moderno imperialismo, ovvero lo sviluppo dell’Europa occidentale e del Nordamericana basato sul moderno capitalismo/imperialismo, pur condividendo caratteristiche comuni con gli antichi imperi, come l’acquisizione dei territori oltre la ‘casa’ o ‘patria’ ‘originarie’, le similitudini finiscono qui. Il capitalismo europeo moderno ha molte caratteristiche specifiche, uniche di per sé e che non possono risalire agli antichi imperi né possono essere attribuite a Paesi come la Russia. Ciò è stato ben analizzato da Marx ed Engels, sviluppato da Lenin e Mao ed altri, e anche se va aggiunta la teoria decoloniale sulla ‘colonialità’, esistente in gran parte già nelle teorie di Marx, Lenin e Mao, anche se non bastava, e allo stesso modo, il decolonialismo ha carenze in alcuni casi, ma non sempre (ad esempio molti bravi decolonialisti nelle nostre attuali lotte globali del Sud sono alleati a Morales, Chavez, Maduro, Castro, Lula/Dilma, ZANUPF, ANC e molti altri) nelle lotte realmente vitali e radicate nella realtà delle resistenza e liberazione dall’oppressione imperialista.
lenin_progress_poster_by_party9999999-d3459161Lenin definisce cinque caratteristiche dell’imperialismo moderno, e per ‘imperialismo’ intende, come anche io quando uso questo termine, i moderni grandi Paesi capitalisti-colonialisti. Passerò su questi punto per punto e dopo ogni punto sottolineerò come ciò non sia rilevante per la Russia e gli altri Paesi di cui sopra:
1) Concentrazione di produzione e capitale, creazione di monopoli che svolgono un ruolo decisivo nella vita economica“;
– Lo Stato in Russia, continuazione dell’élite della sicurezza (KGB) e militare (Armata Rossa) del periodo sovietico (1917-1991) è in ultima analisi responsabile della vita economica e politica del Paese, non i monopoli. Questa élite è intrisa di una concezione del mondo e politica ostile all’imperialismo.
2) Fusione del capitale bancario con quello industriale, e creazione, su tale base del “capitale finanziario” e di un'”oligarchia finanziaria“;
– Vi è una limitata oligarchia finanziaria, ma non come oligarchia con qualche ruolo di primo piano nella vita russa; no, sono le classi della sicurezza e militari che guidano la Russia. L’ascesa di Putin per l’élite e la leadership russa segnò la fine dell’imperialismo occidentale che imponeva il saccheggio dei beni dello Stato e l’avvento al potere di una élite economica totalmente anti-russa che stava spezzando il Paese. Putin le ha imposto il terrore politico e l’epurazione.
3) L’esportazione di capitale distinta dall’esportazione di materie prime, acquista un’importanza eccezionale“;
– Una premessa fondamentale della mia analisi generale è che la Russia non ha ‘capitale’, nel senso che non esiste il ‘capitale’ dell’Europa occidentale, Nord America (e Australia), avendo natura completamente diversa dalla concettualizzazione mondiale del colonialismo moderno, altro a breve.
4) Formazione di associazioni internazionali monopoliste capitalistiche che si spartiscono il mondo“.
– La Russia non è e non è mai stata assieme a NATO ed imperialisti, dove gli imperialisti non accettano affatto il ruolo della Russia sulla scena mondiale; piuttosto gli imperialisti hanno sempre seguito e continuano a sviluppare una politica di guerra aperta contro la Russia, circondandola militarmente e cercando di degradarne gli alleati mondiali. Tale politica non funziona per nulla!
5) Completa divisione territoriale del mondo tra le più grandi potenze capitaliste“.
– La Russia resiste in partnership con il Sud del mondo a tale divisione del mondo da parte delle potenze imperialiste. Alcuni esempi sono il sostegno politico e militare della Russia alle nazioni ‘latino’-americane come Venezuela e Cuba. I russi compivano un’esercitazione navale militare congiunta con i venezuelani nel 2007 nelle acque dei Caraibi, una grande vittoria storica del movimento antimperialista mondiale, tanto è vero che i media imperialisti non volevano farlo sapere mantenendo uno stretto silenzio. Il Sud mondiale è assai contento ed in generale felice del sostegno della Russia.
Lenin ha anche sviluppato il concetto delle tre contraddizioni dell’imperialismo:
1. Tra lavoro e capitale (imperialisti capitalisti globali/imperialisti/neo-colonialisti globalisti)
– Nella ‘guerra di classe globale’, la Russia si trova in prima linea nella difesa del primo interesse della classe operaia globale a non essere distrutta dall’imperialismo. Analizzo questo più profondamente qui.
2, Tra gli stessi Paesi imperialisti
– La Russia come ogni altro Paese del Sud del mondo cerca di sfruttare le tensioni tra gli imperialisti a proprio vantaggio, e la Russia così come la Cina lo fa in genere molto bene.
3. Tra nazioni imperialiste/che opprimono e nazioni oppresse o ciò che alcuni chiamano ‘Sud Globale’ o ‘Terzo Mondo’
– In questa contraddizione, la Russia è chiaramente dalla parte delle “nazioni oppresse’. Tuttavia, questo non basta ad esplorare e identificare la natura dell’imperialismo, e se la Russia vi si adatti. Perché l’imperialismo è molto di più tali cinque caratteristiche e tre contraddizioni. Quindi, di cosa si tratta? Ciò che rende l’imperialismo unico e completamente diverso dagli antichi imperi, colonialismi, ecc., è la concezione del mondo dell’imperialismo moderno e il modo con cui ciò giustifica le sue operazioni uniche e terribili, terrificanti e disumanizzanti, e principi ed etica e concezione del mondo disumanizzanti. Il Capitale di Marx è, in generale, la migliore analisi della fisica del capitalismo-imperialismo, ma in un relativamente breve paragrafo della sua opera ultima, il Capitale, riassume l’unicità di tale oppressione infame: “La scoperta di oro e argento in America, l’estirpazione, riduzione in schiavitù e tumulazione nelle miniere della popolazione indigena, l’inizio della conquista e del saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in un labirinto per la caccia commerciale dei neri, segnano l’alba rosea dell’era della produzione capitalistica. Questo idilliaco procedere è il culmine dell’accumulazione primitiva“. Qui vediamo quanto irrilevanti siano le etichette ‘imperialiste’ su Russia, Cina e altri. Il capitalismo esiste in Russia e in Cina e francamente esiste in varia misura in tutti i Paesi del mondo. Tuttavia, è solo l’esperienza coloniale-capitalista-imperialista europea che vediamo che tale sistema si basa su ciò che Marx descriveva: sterminio di intere popolazioni indigene; riduzione in schiavitù di masse trattate come bestiame (‘beni mobili’ della schiavitù) dei popoli africani; svuotamento di intere regioni del mondo della loro ricchezza. Marx è schietto: QUESTA è l’alba di tale sistema. In altri ambiti, Engels afferma che l’oppressione delle donne e delle ragazze è anche un aspetto fondamentale di tale sistema, con lo sterminio di massa di donne e ragazze nel Medioevo parte integrante del processo di ‘accumulazione primitiva’ del sistema imperialista, lo sterminio delle donne nel Medioevo era parte integrante dell’oppressione dei contadini e del furto delle terre comuni e della terra coltivata da loro. Nessun altro potere prima o dopo ha computo tale combinazione di atti, e questo è ciò che rende l’imperialismo estraneo alla Russia, in realtà la Russia guida il sostegno all’umanità nel respingere tali oppressioni imperialiste.
z_wld350Tuttavia, il quadro è ancora incompleto. Ed è qui che la teoria decoloniale è importante per sposare l’approccio antimperialista, e allo stesso modo approccio e analisi antimperialista vanno sposate a teoria e analisi decoloniale. Senza questo accoppiamento, entrambi s’indeboliscono e corrono il pericolo di negare se stessi. Perché l’impatto dell’imperialismo/ moderno colonialismo sui rapporti tra esseri umani e tra esseri umani e mondo e universo, su questo tema universale, conduce anche al genocidio mentale dei sistemi di credenze non/pre-coloniali. Ciò non vuol dire che i sistemi di credenze pre-coloniali fossero essenzialmente buoni e liberatori, anche possono essere opprimenti va ammesso che tutti i sistemi pre-coloniali non sono comparabili all’oppressione concettuale e fisica dell’imperialismo moderno. La teoria decoloniale ci aiuta ad evitare i contagi coloniali, come ad esempio il riciclaggio dei suprematisti coloniali europei in vesti bianche e nere, come appare nelle immagini speculari della supremazia coloniale musulmana (Fratelli musulmani e formazioni di al-Qaida/SIIL), indù (Bjp e RSS), Sikh (Khalistan, ecc), e in altre vesti. Anche nelle esperienze socialiste e nei processi antimperialisti è importante capire che non si può desiderare il contagio coloniale dei propri popoli, Paesi e lotte di liberazione, ma che solo attraverso il ‘lavoro attivo’ nelle realtà della lotte di liberazione, resistenza e difesa dei nostri popoli possiamo applicare un progetto di liberazione olistica.
In conclusione: se si ha mente acuta e si osserva la natura del moderno colonialismo/capitalismo/-imperialismo ‘europeo’/ ‘occidentale’/’di democrazia occidentale’ si vede chiaramente come inapplicabile sia verso Russia e Cina, ecc. Purtroppo la sinistra imperialista/occidentale e occidentalizzata resta sempre alla coda degli imperialisti, quasi sempre riecheggiando concetti e realtà politiche dell’oppressione imperialista nel mondo. Considerano la Russia pari all’imperialismo, di conseguenza sostengono che sia ‘militarista e imperialista’. Gente come J. Sakai nella sua opera molto importante sui ‘Coloni’, Marx ed Engels e Lenin hanno osservato che il sistema imperialista potrebbe funzionare solo comprandosi una parte considerevole della classe operaia del centro imperialista, in modo da allontanare la potenziale simpatia per la classe operaia globale e i popoli che combattono l’imperialismo, fungendo e continuando a fungere da minaccia.
Così l’imperialismo cerca sempre di ‘razzializzare’, o escludere dall’umanità o mettere nella ‘zona del non-essere’ (Fanon) tutti i popoli che vuole attaccare e distruggere, e gli assalti razzializzati più feroci ricadono sui popoli più scuri, ma anche i popoli dalla pelle assai meno scura possono sempre finire nello stato di disumanizzato pronto per la distruzione, come alcuni ‘bianchi’ o anche ‘biondi’ parte costituente dei popoli di Afghanistan, Libia, Palestina, Iraq, Ucraina orientale e anche i russi, come apertamente indica il metodo disumanizzato della supremazia bianca imperialista. Come in ogni nostro Paese, ci sono problemi di razzismo in Russia, ma la Russia ha una leadership che fornisce anche quadri che lo respingono, esempi sono le alleanze della Russia con i leader dell’Africa (Mugabe e altri sono gli alleati più stretti); critica e ostilità alla supremazia razziale, ad esempio nella forse più importante manifestazione di unità e forza della Russia insieme agli alleati (Zimbabwe, Sudafrica, India e altri) nel 70° anniversario della vittoria contro il fascismo, quando Putin ha dichiarato: “Non dobbiamo dimenticare che le idee della supremazia razziale e dell’esclusività hanno provocato la guerra più sanguinosa di sempre“. E infine, ma sicuramente non meno importante, la Russia guida sulla scena mondiale la difesa delle nostre Patrie dagli imperialisti. Ciò che è necessario è un’unità MAGGIORE tra la Russia e i più grandi e assertivi Paesi del Sud Globale e l’intera comunità del Sud globale, e questo si sviluppa rapidamente.
Il rinnovato impegno della Russia nella difesa della Siria contro il progetto di distruzione degli squadroni della morte imperialisti, in alleanza con Iraq e Iran, è un importante sviluppo per l’esistenza e la liberazione delle nostre Patrie. Abbiamo bisogno di altri patti militari difensivi tra i nostri Paesi, abbiamo bisogno di alleanze militari più strategiche tra i nostri Paesi per respingere e sconfiggere una volta per tutte tale sistema genocida suprematista. La Russia e altri non sono imperialisti, sono l’avanguardia della nostra difesa dai veri perpetratori delle peggiori violenze mai visite dall’umanità in questi ultimi 500 anni. Tali oppressori devono essere sconfitti e lo saranno solo dalla Russia e altri stretti nostri alleati, e il nostro compito è difendere le alleanze positive nell’unità o nella costruzione di una maggiore unità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

giovedì 1 ottobre 2015

Intervista a Ymane Ghebremeschel, Portavoce Ufficiale del Presidente dell’Eritrea

Intervista di Stefano Pettini a Yemane Ghebremeschel Direttore dell’Ufficio Presidenziale e Portavoce Ufficiale del Presidente dell’Eritrea

In genere in merito agli accadimenti in corso nel tormentato Corno d'Africa vi è una certa tendenza a dare credito ad affermazioni, notizie e testimonianze non ufficiali, difficilmente verificabili e spesso diffuse ad arte allo scopo di generare confusione e assecondare fini occulti o comunque diversi dal perseguimento della tanto predicata pacificazione dell’area e dell'avvio del processo democratico.

Complice involontaria di questa tendenza è la incapacità culturale e ideologica di alcuni a difendersi scendendo nella arena mediatica per controbattere la disinformazione e sostenere le proprie ragioni. Si può affermare che gli eritrei in particolare, a causa della loro difficoltà a recidere i legami con gli antichi precetti sociali che considerano immorale anche solo dare peso con delle repliche a chi applica metodi di contrasto basati sulla diffamazione e la falsità, assumono un freddo atteggiamento di distacco facilmente strumentalizzabile.

I riflessi di questa tendenza sono resi evidenti dal fatto che le tematiche riguardanti l’Eritrea vengono trattate dai sistemi di informazione, ma spesso anche in ambiti  istituzionali, nelle maniere più disparate, inopportune e devianti dalla realtà oggettiva, a fronte di una virtuale assenza di repliche e contestazioni ufficiali. 

Nel corso dell’intervista con il Direttore dell’Ufficio Presidenziale e Portavoce Ufficiale del Presidente, sig. Yemane  Ghebremeschel, ho voluto quindi provare a invertire questa tendenza ponendo una serie specifica di quesiti allo scopo di chiarire attraverso dichiarazioni ufficiali di fonte governativa i contorni di alcuni luoghi comuni, riguardanti l'Eritrea, che con sospetta frequenza continuano ad alimentare polemiche e inimicizia nei confronti del Paese.

Questi i contenuti dell'intervista:

Intervista di Stefano Pettini a Yemane Ghebremeskel 

Direttore dell’Ufficio del Presidente dell’Eritrea

Asmara Aprile 2007



L'Eritrea e' accusata di ostacolare  rapporti con la stampa estera, vietando ai giornalisti  di svolgere il loro lavoro liberamente o rifiutandogli il visto d'ingresso nel paese. Quale e' la posizione ufficiale del governo?

L'accusa e' infondata. In primo luogo, non abbiamo una politica che vieta o rifiuta  visti d'ingresso ai giornalisti stranieri. C’è un certo numero di giornalisti stranieri che sono accreditati  e residenti nel paese sulla base di un visto concesso per motivi di lavoro: Agence France Presse  ha un giornalista residente; la  Reuters ha un ufficio;  Al-Sharq Al Awsat, il giornale per il Medio Oriente, ha un corrispondente; cosi pure la  Deustche Welle e via dicendo. In secondo luogo, le nostre Ambasciate concedono visti regolarmente, quando ci sono richieste da parte di cittadini stranieri che vogliono venire qui per viaggi brevi di lavoro, per fare interviste e realizzare  reportage ecc. Non ci sono limitazioni nel concedere i visti d'ingresso, ne per quanto si vuole vedere o ne per quello che si vuole fare nel paese. Perciò l'accusa e' in contrasto con la realtà. 

Bisogna comunque ricordare che nonostante l'ampia collaborazione data dal Governo alla stampa estera,  nel passato sono accaduti eventi deplorevoli dovuti a comportamenti scorretti di alcuni giornalisti. Per esempio quello del giornalista italiano Massimo Alberizzi, che scrive sul "Corriere della Sera" e del quale mi e' capitato, qualche volta, di leggere gli articoli;  mi e' estremamente difficile capire le motivazioni di tanto accanimento e delle sue grossolane e palesi distorsioni dei fatti come, per citare qualche esempio, nel caso della villa Melotti o della messinscena del suo "rapimento" a Mogadiscio dietro il quale ci sarebbe stata la longa manus degli eritrei. Era il periodo in cui gli Usa sostenevano, del tutto falsamente (come si e' visto in seguito) che in Somalia erano presenti oltre 2000 soldati eritrei. 

O quando, nel giugno o luglio 2000 dopo il suo ritorno da un viaggio in Eritrea, ebbe a dire in un dibattito pubblico a Roma, presente il Senatore Serri e altri funzionari del Ministero degli Esteri italiano: "nei luoghi delle battaglie che hanno avuto luogo nel mese di maggio, gli eritrei ci hanno mostrato quelli che sarebbero stati i cadaveri di numerosi soldati etiopici da loro uccisi. Chi sa che, però, gli stessi eritrei non abbiano messo divise etiopiche ai cadaveri dei loro stessi soldati uccisi dagli etiopici".

Un paio di anni fa, quello stesso personaggio venne qui come "funzionario dell'Onu", con tanto di tesserino esibito al personale portuale di Massawa, per indagare su un ipotetico flusso di armi dall'Eritrea alla Somalia. Spesso mi chiedo se quel personaggio e' un giornalista del "Corriere della Sera", un "funzionario dell'Onu" o qualcosa d'altro. Comunque sia, ciò che e' sconcertante e che i suoi "articoli" trovino spazio su una prestigiosa testata quale e' il "Corriere"  

Secondo Reporters Sans Frontier, l'Eritrea risulta in fondo a una classifica per quanto riguarda la libertà di stampa, che viene considera virtualmente assente nel paese. Come lo spiega?

Mi lasci innanzi tutto sottolineare che questa agenzia non e' una organizzazione neutrale e credibile. Infatti e' sostanzialmente finanziata da sospette istituzioni Usa che elargiscono denaro a determinate organizzazioni che sostengono certi obbiettivi politici dell'Amministrazione Usa. Non penso che noi abbiamo bisogno di un “certificato di buona salute” da organi di sospetta credibilità. La seconda questione e' la cosiddetta nostra classifica internazionale. Bisogna  essere realisti. Non credo che ci possa essere libertà di stampa senza limitazioni in tempi di guerra e conflitto dovunque esse si manifestino. 

Questo e' vero negli Usa e in Europa.  Nella Seconda Guerra del Golfo contro l'Iraq, per esempio, gli Americani hanno inventato il termine "embedded journalism". I giornalisti non seguivano la guerra senza nessun condizionamento. Erano messi in mezzo al convoglio militare per riferire quello che veniva loro raccontato dai militari. In precedenza, nella Prima Guerra del Golfo, gli Americani introdussero il "pool system” per censurare e regolamentare ciò che veniva riferito. Guardi alla situazione in Somalia di questi giorni. 

C'e' l’oscuramento virtuale delle notizie. Perchè? I bombardieri Americani hanno polverizzato villaggi in Somalia, però non ci sono immagini sugli  schermi televisivi. Ai giornalisti è stato impedito di recarsi sul luogo. Accusare o isolare l’Eritrea per aver preso misure legittime in situazioni di conflitto, per me e' soltanto ipocrisia e un modo di valutare i fatti con  pesi e misure differenti.   

Per quanto riguarda l'assenza della "Stampa Libera", abbiamo avuto esperienze limitate nel passato. La Norma sulla Stampa e' stata promulgata nel 1996. Il governo non ha intenzione di ostacolare  la crescita della Stampa Libera. Dopo tutto il monopolio, sia in economia che in politica, ha  risvolti negativi. In questo senso la  Libera Stampa e' fondamentale per una sana società. Pertanto in termini di principi generali e teorie astratte non ci discordanze. Il problema e' quali sono le regole del gioco?  Come incidono nella realtà?  Quali sono le applicazioni delle norme in tempi di guerra?

La Norma sulla Stampa del 1996, ha avuto le sue lacune che sono emerse nel 2000/2001, in concomitanza degli sviluppi di sovversione interna. La Norma prevedeva chiaramente che, finanziamenti esterni non erano permessi. Ciò nonostante, le disposizioni sulle responsabilità non erano strettamente osservate e applicate. La stragrande maggioranza dei "giornali privati" erano largamente finanziati da Paesi Occidentali per sostenere determinati obbiettivi in violazione della Norma stessa. Inoltre la Norma non aveva adeguate disposizioni riguardanti le petizioni contro la diffamazione. 

Non c'erano regole per il riconoscimento o codice etico professionale per garantire un minimo di qualità  di servizio standard. Come poi accade, la "stampa privata" era facilmente manipolata, infiltrata e pagata dai servizi stranieri per accomodare scopi secondari. E' in queste circostanze che il caso venne discusso dalla Assemblea Nazionale e la Norma venne sospesa per essere totalmente rivista.



L'Eritrea inoltre, e' accusata di essere repressiva nei confronti della libertà di culto ed e' stata responsabile di arresti di massa di fedeli che chiedono di pregare  liberamente. Quale e' la risposta del Governo?

Sono costernato quando parla di arresti di massa dei credenti. Che cosa e' un arresto di massa?  Quale e'  la "massa di gente" che di tanto in tanto si presume sia stata detenuta?  La realtà e' che alla gente non e' stato negato o vietato il diritto di pregare liberamente, perchè la nostra e' una società molto devota e di antiche religioni. Abbiamo fedi differenti in questo paese. Ci sono Musulmani e Cristiani. 

Abbiamo perfino una Sinagoga in questa città. Se guarda al panorama di Asmara, ha la  caratteristica di essere  punteggiato  da Moschee e Chiese adiacenti tra di loro. Come ho detto in precedenza, questa e' una società devota di forti tradizioni, fedi intrecciate e gente molto religiosa e sotto l'aspetto costituzionale, lo Stato e' laico. Perciò non ci sono problemi legali o pratiche a riguardo della libertà di fede. 

Però abbiamo avuto problemi con un manipolo di "nuove religioni", una frangia di gruppi che sono estranei alla società nel suo insieme. Dobbiamo essere molto chiari in questa distinzione. I Testimoni di Jehovah, per esempio, si rifiutarono di partecipare al referendum nazionale, per decidere l'indipendenza dell'Eritrea. Il loro ragionamento era: "non riconosciamo lo Stato o Governo temporale". Mantennero una posizione dicendo "non riconosciamo un Governo sulla terra perchè siamo responsabili soltanto davanti a Jehovah". Si opposero al servizio militare quando venne proclamato nel 1994. La reazione del Governo è stata moderata e consisteva nel rifiutare il rilascio oppure di rinnovo della licenza di lavoro ai loro membri. Perchè non si possono avere ambedue le cose: rifiutare di riconoscere il Governo e nello stesso tempo chiede un servizio legale dal Governo stesso.  

Negli ultimi sette/otto anni inoltre, sono emersi piccoli gruppi. La maggioranza di questi gruppi erano beneficiari di fondi esteri segreti o non dichiarati. La maggioranza di loro agirono contro le strutture fondamentali della nazione opponendosi al servizio nazionale o  infiltrandosi e seminando divisioni all'interno delle fedi tradizionali. In seguito a questo il Governo chiese la registrazione ufficiale di tutte le religioni e la dichiarazione fedele dell'origine dei loro finanziamenti.  Gli arresti episodici, che sono stati poi distorti ed esagerati, avvennero quando i membri di queste frange si riunirono illegalmente.  

L'Etiopia e' considerata il baluardo della cristianità contro l'espansione dell'Islam e punto di riferimento nella lotta contro il terrorismo nel Corno d'Africa. Quale e' la posizione del Governo Eritreo su queste due questioni?

In primo luogo, quando si fa il confronto tra l'Eritrea e l'Etiopia in termini di diversità di religioni e la dimensione delle differenti fedi, il quadro e' più o meno lo stesso. In Eritrea la popolazione  di fede musulmana e cristiana e'  più o meno equamente divisa. Anche in Etiopia  la percentuale e' analoga.  Anche in Sudan ci sono cristiani e musulmani. Pertanto, dipingere l'Etiopia come baluardo di cristianità o "isola di cristianità" e' praticamente sbagliato e improprio. Tuttavia, le rispettive percentuali sono sostanzialmente irrilevanti. Se lo Stato e' laico, in circostanze di diversità religiose, non ci sarà terreno per scontro religioso. Coesistenza e armonia tra le differenti fedi e religioni può essere coltivato e conservato. 

Nel caso dell'Eritrea, Cristiani e Musulmani hanno convissuto in armonia per ben 13 secoli. Nella nostra prolungata storia, non abbiamo mai avuto un conflitto sociale motivato da sentimenti religiosi. Abbiamo combattuto insieme contro nemici comuni. La religione e' stata e rimane  un fatto privato. Poi il modo in cui la questione viene impostata non e' appropriato perchè le differenti religioni posso convivere in una condizione ambientale laica. Per di più in termini puramente statistici, l'Etiopia non e' "un'isola di cristianità nel Corno d'Africa". Come ho descritto in precedenza, la composizione  delle due religioni  e' più o meno la stessa sia in Eritrea che in Etiopia. 

Sulla questione del terrorismo, disgraziatamente, c'e' una errata o forviante tendenza di confondere il terrorismo con l'Islam. Le comunità islamiche non sono ne intrinsecamente propense ne posseggono particolare attitudine per covare  il terrorismo o per compiere atti terroristici. In altre parole, il terrorismo non  può essere confuso con l'Islam. 

Perchè e' nato il terrorismo ? Come e' nato? Quale fu il ruolo di alcune potenze in  particolari congiunture storiche?  Se sta facendo riferimento agli Arabi Afgani, e' ben noto che gli Americani, gli appoggiarono fino ad certo punto nel contesto della Guerra Fredda. Le ragioni storiche, sociali e politiche che favorirono il terrorismo e' un argomento complesso. Non può essere ridotto ad una automatica divisione Cristiani/Musulmani.

Allo stesso modo, la pura propaganda che dipinge l'Etiopia come "il baluardo della Cristianità" e l'epicentro per la Guerra contro il terrorismo, e' un mito inventato dall'Etiopia o forse dagli Usa per assecondare altri secondi fini.

Il Governo Eritreo e' esplicitamente accusato di sostenere l'Unione delle  Corti  Islamiche (Uic) della Somalia in funzione anti-Etiopica, fornendo loro uomini ed armi. Come commenta questa affermazione?

La posizione dell'Eritrea e' molto chiara. Lo abbiamo dichiarato apertamente nelle varie sedi: nell'Igad, nella Assemblea Generale dell'Onu nel settembre 2006 e in altre sedi. Per noi il problema non e' una questione di preferenza tra l'Uic  e il Governo Federale di Transizione (Tfg). L'Eritrea ha legami storici che durano da oltre 50 anni. Questi legami coinvolgono tutto l'arco politico del paese. Tutti i somali sostenevano la lotta di liberazione Eritrea. Questo e' un aspetto, l'altro e' che quando dopo il 1991 la Somalia andava alla deriva,  ingarbugliata in conflitto interno, l'Eritrea era impegnata in varie iniziative per aiutare a frenare la pericolosa evoluzione in atto. Nel periodo tra il 1992 e il 1994,  stavamo lavorando con l'Etiopia. 

L'obiettivo primario era di promuovere la riconciliazione politica all'interno della Somalia. Ma l'Etiopia deviò verso la sua tradizionale politica di divisione e di indebolimento della Somalia su basi etniche. Questa divenne palese nella Conferenza di Sodorè svoltasi in Etiopia  nel 1997.  Da allora, la politica dell'Etiopia e' stata quello di dividere la Somalia in quattro/cinque mini Stati:  Somaliland, Punt Land, Benadir Land, ecc. Questa politica scaturisce dalla percezione di rischio dell'Etiopia stessa. Bisogna  ricordare che la Somalia e l'Etiopia si sono confrontati in guerra per due volte in questi ultimi quaranta anni (nel 1963 e nel 1977). L'Eritrea disapprova questa politica dell'Etiopia, perchè crea una permanente instabilità regionale. Se ci sono dispute territoriali (per esempio Ogaden) le soluzioni  devono avvenire sulla base della inviolabilità dei confini coloniali.  

L' Eritrea si e' fortemente opposta alla recente invasione della Somalia da parte dell'Etiopia. E' illegale sotto ogni aspetto. Il Primo Ministro etiopico ha dato tre dichiarazioni contraddittorie nello spazio di tre giorni quando lanciò l'invasione. La prima dichiarazione era che l'Etiopia si stava difendendo dal rischio derivante dall'Unione delle Corti Islamiche (Uic). Però come lei ben saprà, la Carta dell'Un non permette una invasione preventiva. Poi, il giorno dopo, forse resosi conto delle debolezze delle sue argomentazioni,  disse che stava spedendo le truppe su invito del Tfg. Queste due dichiarazioni sono contraddittorie. Il Tfg era originariamente nato per agire come catalizzatore nel restaurare la riconciliazione nazionale. 

Il Tfg può aver il potere legittimo per invitare potenze straniere per schiacciare l'opposizione interna? La terza dichiarazione che il Premier etiopico diede quando le sue truppe si avvicinavano Mogadiscio era che lo scopo dell'invasione era "indebolire sufficientemente" l’Uic in modo tale da costringerlo a sedersi al tavolo del negoziato. Questa e' una palese e illegittima interferenza in termini di norme internazionali. L'invasione etiopica non può essere giustificato da nessun sforzo di immaginazione. Se il Consiglio di Sicurezza non ha condannato l'Etiopia e' semplicemente perchè esiste la protezione degli Usa. 

Le svariate accuse contro Eritrea derivano dal desiderio di bilanciare l'invasione etiopica e di inventare un pretesto plausibile. La ostinata propaganda da parte del Dipartimento di Stato degli Usa ruota intorno alla rappresentazione della situazione come guerra per procura tra l'Eritrea e l'Etiopia. Prima dell'invasione  persistenti affermazioni venivano dal Dipartimento di Stato  che asseriva che 2000 soldati eritrei erano presenti in Somalia. Queste affermazioni svanirono nel nulla dopo l'invasione, perchè si accorsero che erano false fin dalla partenza. I’Uic era demonizzato e descritto come il Taliban del Corno d'Africa. Tutte queste affermazioni propagandistiche sono di fatto false invenzioni appositamente create per giustificare l'invasione della Somalia.

Come spiega il deterioramento delle relazioni diplomatiche che pian piano ha portato a un atteggiamento di chiusura e isolamento del Paese?

L'Eritrea non e' isolata, abbiamo relazioni diplomatiche praticamente con tutti i paesi. Abbiamo più di venti ambasciate straniere con residenza nel paese. Potremmo avere problemi con alcuni paesi, ma e' qualcosa che ha a che fare con la loro linea politica. Ovviamente, se alcuni governi ci chiedono compromessi sulla nostra sovranità e integrità territoriale, questo non e' il prezzo che dobbiamo pagare per mantenere relazioni diplomatiche. Esiste una linea rossa che non siamo disposti ad oltrepassare. Per il resto, abbiamo buoni rapporti con molti paesi europei anche se abbiamo avuto qualche problema con l'Italia per alcuni motivi. Abbiamo buone relazioni con molti nostri vicini, altri paesi Africani, Asiatici e paesi dell'America Latina. Pertanto, in linea generale, le nostre relazioni diplomatiche godono di buona salute.

Attualmente il nostro problema principale e' con gli Stati Uniti d'America. Questo e' dovuto alla politica degli Usa che in questa regione non e' equilibrata. Gli Americani sono i responsabili principali per il problema del confine con l'Etiopia. Il verdetto della Commissione Confini sarebbe gia attuato se non fosse stato ostacolato da Washington. Le iniziative degli Inviati Speciali (Axworthy, Fulford ecc.) sono invenzioni di Washington. Recentemente  stavano parlando di Gruppo di Contatto. La strategia e' di creare complicazioni ed ostacolare la pace in questa regione. Questo non può essere accettato 

Il Presidente Isaias e' stato accusato da alcuni osservatori, di aver imposto una svolta autoritaria a cominciare dall'arresto di ufficiali di rango, membri del governo che tuttora sono in detenzione senza specifiche accuse. Quali sono le motivazioni che stanno dietro questo atteggiamento?

Questo e' una sporca campagna propagata da alcune forze che non hanno a cuore il benessere dell'Eritrea. L'arresto di queste personalità  e' indiscutibile. A prescindere dalla posizione nel governo, se una persona commette un reato contro la sicurezza nazionale, non può essere immune dalla detenzione. E in questo caso, le detenzioni hanno una  storia a parte. Le persone in questione hanno commesso un atto di tradimento. Il collegamento che hanno tentato di creare con l’Etiopia nel momento culminante dell'invasione e' noto perfino ai mediatori. Questi sono fatti noti anche alla gente comune.  Qualsiasi governo che si fosse trovato in situazioni simili non avrebbe reagito altrimenti. La sostanza del loro crimine e' indiscutibile.  Non può essere camuffata da modalità procedurali.  




Perchè il Governo Eritreo sta mostrando una crescente ostilità verso l'Italia?  Prima, e' stato espulso l'Ambasciatore Antonio Bandini. Alcuni anni dopo sono stati espulsi i Carabinieri. Il Primo Segretario dell'Ambasciata, Ludovico Serra, e' stato inoltre espulso lo scorso anno a seguito dell'episodio della demolizione della villa Melotti a Massawa. Come spiega la sequenza di questi fatti?   

Il Governo dell' Eritrea non nutre affatto ostilità verso l'Italia. Le relazioni tra i due paesi risalgono nel tempo a oltre cento anni fa. Abbiamo profonde affinità culturali, interessi economici e flusso umano fin dal periodo coloniale. E' interesse dell'Eritrea stimolare e consolidare il legame storico. Pertanto, il termine "crescente ostilità verso Italia" non e' corretto. Ma questo non significa che, qualche volta, non abbiamo avuto problemi. Questi potrebbero non essere perfino problemi tra i due paesi o due governi. Potrebbero essere dovuti a comportamenti individuali di alcune persone.

Mi ha chiesto dell'Ambasciatore Bandini. E' un caso vecchio. L'Ambasciatore interferì più volte negli affari interni di sicurezza nazionale. Gli è stato chiesto di lasciare il paese. Questo e' normale ed e' previsto dall'articolo 9 della Convezione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche. Il caso dei  Carabinieri e' un caso a parte. Intanto il governo non ha mai chiesto l’espulsione, ma soltanto la interruzione della attività di polizia nella capitale che non era di loro competenza. I Carabinieri non erano qui come contingente italiano sulla base di accordi bilaterali con l'Eritrea. 

Erano qui come parte della United Nations Mission Etiopia Eritrea (Unmee), potevano essere Indiani, Cinesi, Tedeschi o di altri paesi. La loro nazionalità non ha a che vedere con il provvedimento. Il problema semmai era la natura del loro lavoro come polizia militare della Unmee. Quando ci fu il dispiegamento dell' Unmee  firmammo un Protocollo di Regole d'Ingaggio (Protocol of Rules of Engagement). In quel Protocollo non era  prevista attività di polizia nella Capitale. La attività di polizia nel paese non poteva essere delegata alla Unmee. Questa è competenza del Governo. 

Se alcuni ufficiali militari della Unmee potevano risultare assenti dalle loro postazioni della Zona di Sicurezza Provvisoria (Tsz), si sarebbe dovuto trovare un'altro meccanismo per controllarli. Altrimenti, non si poteva avere una Polizia del contingente in Asmara con un compito indefinito. Questo era al di fuori dell'accordo e questo è stato spiegato allora  alla Unmee. Nulla a che fare con l'Italia, in altre parole la decisione di rientrare è stata dei Carabinieri e solo loro, e al momento della loro partenza il Governo non ha avuto esitazioni a collaborare su richiesta della Ambasciata Italiana per trovare una soluzione a  imbarazzanti errori logistici creati dai Carabinieri stessi.  

Nel caso del Primo Segretario Ludovico Serra, mi permetta di ribadire un concetto fondamentale. La legge  prevede l'esproprio o la demolizione (secondo il caso) per scopi di sviluppo, di una casa di proprietà sia di un cittadino eritreo che di un cittadino straniero, con procedure appropriate e garanzie compensazione. La villa Melotti non può essere trattata eccezionalmente al di fuori delle previsioni di legge. Disgraziatamente, il Primo Segretario, andò al di fuori delle sue funzioni per bloccare personalmente il provvedimento municipale di demolizione. Questo e' un insulto e costituisce disprezzo delle leggi del paese. Da un ufficiale di rango assegnato alla Ambasciata Italiana ci attendiamo la cura delle relazioni tra i due paesi, non un aggravamento di queste senza ragioni.  Che cosa Le rivela il suo atteggiamento? 

Il fenomeno dell'immigrazione clandestine dei cittadini eritrei in Italia sta crescendo. Come vede il Governo Eritreo questa nuova tendenza?

Il problema e' un po' montato. Ma anche se fosse vero credo che il fenomeno sia strettamente transitorio e indotto dalla situazione di "ne guerra ne pace" in cui versa il paese. E' ovvio, non tutti sopportano la pressione e la tensione di una guerra incombente. Non e' per la prima volta che accade nella nostra storia. Durante gli anni di lotta di liberazione, migliaia di giovani si unirono alla lotta e un numero esiguo seguì la via dell'esilio. 

Il fenomeno attuale e' clandestino, perchè vige l'obbligo di servizio nazionale  e quelli che sono idonei e disertano sono punibili per legge. Però questi sono problemi transitori. Quando avremo la pace, mi aspetto una inversione di tendenza della situazione, come accadde nel 1991 dopo la liberazione. Infatti, negli anni immediatamente successive alla liberazione, più di 100.000 rifugiati ritornarono dal Sudan spontaneamente e attraverso rimpatrio organizzato. Migliaia di nostri cittadini ritornarono da tutto il mondo e investirono nel loro paese. 

Perfino in questi difficili momenti la tendenza nel suo insieme non e' caratterizzata dal flusso verso l'unica direzione della emigrazione. Se vede dai dati statistici locali, circa 70.000-80.000 eritrei sono tornati nel loro paese per brevi soggiorni. Per la verità la crescente migrazione che Lei ha citato, non e' superiore a poche centinaia in un anno e non e' paragonabile al flusso annuale inverso (rimpatrio transitorio o definitivo) dei nostri cittadini dalla Diaspora. 

Recentemente è tornato alla attenzione pubblica il problema di alcuni cittadini eritrei in detenzione in Libia e Malta che rischiano di essere rimpatriati nel loro paese di origine con la conseguente e possibile ritorsione da parte del Governo. Quale e' la posizione del Governo su questo problema?

Voglio ribadire ancora una volta che non dobbiamo esasperare il problema al di fuori delle sue proporzioni. Probabilmente stiamo parlando di pochi individui. Lasciando da parte i numeri, il problema e' essenzialmente un caso legale.  Se una persona sfugge all'obbligo del servizio nazionale e lascia il paese illegalmente, risponderà per il reato che ha commesso: evasione del servizio nazionale ed emigrazione illegale. Ci sono norme e regole che in caso di violazione  il Governo e' chiamato a far rispettare. 

Questo e' normale e non ci sono discussioni.  Le distorsioni emergono quando i cosiddetti gruppi difensori, come Amnesty International, vogliono forzare la mano al Governo e imporre condizioni al di fuori delle norme in vigore, per quelli che loro chiamano  "refouled asylum seekers". In primo luogo questi individui non sono asilo richiedenti in buona fede. Non hanno nessun motivo credibile di persecuzione. Non possono essere trattati in maniera diversa e beneficiare l'esenzione dall'obbligo del servizio nazionale. Questo sarebbe una discriminazione contrario al principio di equità ed eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

L’Eritrea e' anche considerata uno dei paesi più poveri del mondo e varie Ong  lamentano di affrontare difficoltà crescenti  per lavorare nel paese e accusano il Governo di aver espulso alcune di esse, perchè sono viste come testimoni scomode. Come vede il Governo Eritreo la cooperazione umanitaria e internazionale?

In primo luogo, l'etichetta "uno dei paesi più poveri " richiede una precisazione adeguata. L'Eritrea e' una nazione giovane che e' venuta fuori da trenta anni di guerra di liberazione nazionale. Dopo sette anni di sollievo il paese, e' stato di nuovo obbligato ad affrontare un attacco dell'Etiopia. Pertanto, se il Pil e altri indicatori economici sono bassi, non c'e' di che meravigliarsi. Vorrei piuttosto focalizzare la attenzione sulla laboriosità del popolo eritreo, sulla politica economica prudente del Governo e sulle enormi risorse del paese  per valutare le reali potenzialità in un ambiente favorevole di pace. 

Ci sono vari settori, compresi il turismo, l'agricoltura, quello minerario e quello della pesca che hanno grandi potenzialità. Prima dell'invasione etiopica del 1998, il paese cresceva a un tasso di 7-9% annuo. Quando la pace permanente sarà garantita, il paese crescerà con un ritmo rapido per assicurare costantemente un buon tenore di vita ai propri cittadini. Perciò, non condivido questa descrizione cupa dell'Eritrea sia in termini delle sue potenzialità che del suo futuro. L'Eritrea non e' davvero una nazione intrinsecamente o strutturalmente povera destinata a vivere elemosinando da Ong o da organizzazioni di beneficenza per un periodo indefinito.

In secondo luogo, sulla questione delle Ong,  ci sono alcune distorsioni. Il Governo ha gia chiarito, più di una volta,  la sua posizione in maniera esauriente. Le Ong hanno sostenuto energicamente la lotta di liberazione e hanno avuto una funzione utile nei momenti critici. In questo momento, circa dodici Ong stanno lavorando. Per quanto riguarda l'assistenza umanitaria e la cooperazione allo sviluppo, noi riconosciamo la anormalità della nostra situazione e non abbiamo  inibizioni  nel chiedere assistenza. Allo stesso tempo però non vogliamo che l'assistenza crei situazioni di dipendenza cronica. Riguardo alle Ong ci sono regole chiare relative ai costi d'amministrazione, modalità di attuazione e priorità di programmi.

Non vogliamo vedere il proliferare di Ong impegnate in programmi piccoli, disconnessi e non sostenibili che  creano dispersione di risorse.  Ci sono regole aggiuntive relative al lavoro di consulenza e allo sviluppo delle capacità locali; nel senso che la priorità e' sempre data alla sviluppo delle capacità locali. Le divergenze nell'affrontare tutte queste questioni, sono le ragioni per le quali la cooperazione allo sviluppo ha incontrato problemi  e perché alcune  Ong non sono riuscite a qualificarsi per la registrazione. 

Nel caso delle Ong in particolare ci sono livelli minimi di budget annuale (due milioni di dollari americani)  che devono essere in grado di procurarsi per essere operative.  La logica è che è alla base del livello minimo di budget e' quella di assicurare l'attuazione di programmi significativi ed evitare progetti piccoli e non regolari che non hanno sostenibilità e che potrebbero creare dipendenze.

Quale e' l'atteggiamento del Governo verso le Ong italiane in particolare?

Alcune sono operative.  Altre che non avevano i requisiti  richiesti non hanno potuto registrarsi. In ogni modo, le Ong italiane non sono viste con occhio discriminatorio rispetto alle altre Ong. Al contrario il desiderio e' quello di permettere loro di operare se e quando vicine alla soglia del budget annuale.   

In molte occasioni il Governo Eritreo ha dichiarato che la povertà in Eritrea deriva da responsabilità politiche esterne. Su quali fatti fondamentali si basa  di questa affermazione?   

Senza la dichiarazione di guerra da parte dell'Etiopia nel 1998 e quello che e' successe dopo, la crescita economica oggi sarebbe del tutto differente dalla situazione attuale. I motivi per i quali l'Etiopia e' stata incoraggiata e lasciata libera di rifiutare il verdetto dell’Arbitrato e mantenere una situazione di tensione, si trovano negli interessi e considerazioni esterne e geopolitiche. I fattori negativi che stanno frenando o ostacolando il rapido sviluppo e la crescita economica, dipendono dalla ostilità degli attori regionali e internazionali. Sono questi i problemi principali. Altrimenti, in un contesto regionale pacifico e stabile, le potenzialità dell'Eritrea sarebbero veramente  enormi. Abbiamo settori che presentano vantaggi comparati che possono essere sfruttati e che possono dare un contributo per una economia dinamica e vibrante.    

Come pensa il Governo possa raggiungere l'obiettivo della sicurezza alimentare, nonostante le carenze economiche e  di manodopera nel paese?

Non sono d'accordo con le Sue affermazioni. Se per carenza di manodopera sta alludendo al servizio militare nazionale, questo non e' vero. La verità e' che molti di loro sono impegnati in attività economiche produttive durante il periodo di relativa pace. Perciò la manodopera non e' un ostacolo. In termini di produzione per la sicurezza alimentare, l'investimento richiesto per un periodo di tre anni, non e' grande. Si tratta di gestione idrica, canali di contenimento,  costruzione di piccole dighe e raccolta delle coltivazioni. Non stiamo parlando di investimenti di miliardi di dollari. Perciò e' fattibile. Non si tratta di teorie astratte o di programmi ambiziosi e vaghi. Forse, l'anno passato le piogge erano eccezionalmente buone, comunque la combinazione delle buone piogge e gli intensi programmi per la sicurezza alimentare hanno veramente assicurato un buon raccolto.